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Cronaca

Maxi truffa del bonus facciate: sequestrati hotel, bar e ristoranti per 5 milioni di euro

Dieci arresti e sigilli a due ristoranti e a un locale del Lago di Garda

L’accusa è quella di aver fatto parte di un’associazione per delinquere il cui scopo era quello di commettere truffe per percepire illecitamente i contributi statali, del bonus facciate. Crediti fiscali fittizi che, una volta monetizzati, venivano riciclati acquistano attività economiche sul Lago di Garda.

Il blitz dei finanzieri dei comandi provinciali di Verona e Agrigento, con il contributo dei carabinieri della città scaligera, è scattato nella mattinata di oggi, martedì 23 maggio: in manette sono finite 10 persone. Per tre di loro 3 si sono aperte le porte del carcere, gli altri sette sono invece ai domiciliari. Devono rispondere, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, riciclaggio e autoriciclaggio. 

Oltre agli arresti sono scattati i sequestri di conti correnti, auto e immobili. Non solo: i sigilli sono stati apposti anche a una società, a un hotel,  due pasticcerie, due ristoranti e un locale del lungolago gardesano. In tutto sono stati confiscati beni per un valore che supera i 5 milioni di euro. 

La base dell'associazione sul Garda

L’associazione a delinquere, che operava su gran parte del territorio nazionale, aveva base nel comune di Peschiera del Garda (VR) e nell’area bresciana del Lago di Garda. Gli indagati - di origine siciliana, calabrese, campana e albanese – avvalendosi della professionalità di un commercialista attivo nella Provincia di Treviso – dopo aver monetizzato, attraverso la cessione a Poste Italiane Spa, circa 5 milioni di crediti d’imposta fittizi provenienti dal  bonus facciate - avevano reinvestito e riciclato i proventi della imponente truffa ai danni dell’Erario -  si parla di circa 17 milioni di euro - acquistando locali turistici e commerciali sul Garda. 

Come funzionava la truffa

Stando a quanto accertato dai finanzieri, all’origine delle catene di cessione dei crediti fittizi vi erano decine di persone fisiche che risultavano aver dichiarato (nella maggioranza dei casi inconsapevolmente) lavori di ristrutturazione edilizia delle facciate esterne, acquisendo così il diritto alla detrazione del relativo importo (pari al 90% della spesa che avrebbero dovuto sostenere). Crediti poi ceduti a terzi. Le pratiche, per centinaia di migliaia di euro, venivano trasmesse (per conto degli ignari titolari) da un commercialista residente in provincia di Treviso, in accordo con gli altri membri del sodalizio criminale. I crediti d’imposta così originati venivano ceduti a società e imprese individuali, tutte riconducibili agli indagati, le quali a loro volta li passavano a Poste Italiane (inconsapevole della frode e indotta in errore) per un importo complessivo pari a circa 5 milioni di euro, monetizzandoli così in denaro utilizzabile a tutti gli effetti.

Il denaro ottenuto illegalmente, come controvalore dei crediti, veniva poi trasferito su conti esteri (soprattutto spagnoli) per poi rientrare nella disponibilità del sodalizio che lo ha utilizzato per acquistare attività economiche: un hotel, due bar, due pasticcerie, due ristoranti sul Lago di Garda, nonché abitazioni e varie quote di società. 

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