Lago di Garda, moria record di anatre e cigni. Ma niente emergenza

Un convegno a Peschiera sembra allontanare ogni ipotesi di allarmismo. Ma il Garda è cambiato, e da tempo si discute sul rischio inquinamento: anche le acque della Provincia alle prese con diossine e PCB

Un bel sospiro di sollievo, o almeno così sembra, sulla moria e sui decessi di oltre un centinaio di esemplari di anatidi, anatre e cigni ma pure gabbiani, che ha coinvolto diverse località del Basso Garda. Basta fare un giro nelle spiagge, e qualche volatile passato a miglior vita lo si può trovare ancora. Ma un convegno in quel di Peschiera, con tanto di biologi esperti e ASL, ha scongiurato le ipotesi allarmiste di una nuova emergenza ambientale: la morte accertata deriva da un’intossicazione da Clostridium Botulini, un malattia ‘naturale’ ma che esclude ogni pericolo di contagio. “La malattia – si legge su L’Arena dell’8 settembre – insorge esclusivamente a seguito di cibo contenente la tossina, ovvero di carni di animali morti che rimangono in acqua per troppo tempo o in condizioni tali da facilitare la produzione della tossina”. Problema risolto o quasi, e via a un nuovo piano d’intervento che potrà funzionare anche per la prossima estate, “per evitare che animali morti restino in acqua o vicino alle rive col pericolo che veicolino il botulismo”.

Ma, ancora su L’Arena, un appunto che fa riflettere: “Il fenomeno è accaduto anche negli anni scorsi, ma mai in queste proporzioni”. Non è che ci siamo accorti troppo tardi che il lago è cambiato? Se da tempo si parla di un nuovo depuratore un motivo ci sarà, se dall’alto dei satelliti non si vedono più le rive perché si vede solo cemento allora i motivi cominciano ad accumularsi. Non dimentichiamoci delle anguille alla diossina: chiaro che non sono sintomo di inquinamento diffuso ma chiaro anche che le diossine, se vengono rilevate, vuol dire che ci sono. Non è colpa di nessuno, mettiamola così, ma l’avvelenamento dei laghi subalpini è un dato di fatto.

“PCB e diossine – ci racconta il dottor Celestino Panizza, membro attivo dell’ISDE Medici per l’Ambiente – sono composti organici persistenti che possono essere trasportati per lunghe distanze. I dati che oggi abbiamo indicano che quelle sostanze possono accumularsi nel tempo anche nei ghiacciai, per arrivare poi ai laghi nel corso di scioglimento. Poi ci sono i pesci, soprattutto i più grassi, che concentrano queste sostanze, bioaccumulabili e biomagnificabili. Che significa? Che man mano che si sale nella catena alimentare si concentrano sempre di più, fino a migliaia e migliaia di volte. Basta pensare al latte, che pure è veicolo di eliminazione, delle mucche nelle vicinanze dell’inceneritore di Brescia”.

La scienza medica conferma dunque che i livelli di concentrazione sono troppo elevati, “al di sopra dei limiti di commercializzazione”. Limiti che se superati in altri Paesi d’Europa hanno fatto ben più scalpore, e Brescia va sempre in secondo piano, anche se in città l’area dell’ex Caffaro a tratti registra concentrazioni di inquinanti che non si allontanano troppo da quelle rilevate nell’area Ilva di Taranto. “A Brescia molti raccontano che diossine, PCB e metalli pesanti non siano sostanze altamente tossiche – commenta amaro Marino Ruzzenenti, storico ambientalista bresciano – ma se ci sono in ambiente è sicuro che la salute ci va di mezzo. Non siamo immuni, il nostro corpo non si adatta! In Francia l’Istituto di Sanità ha fatto un ampio studio sui pesci di lago, di fondo e di fango. Anche se diossine e PCB sono risultati inferiori rispetto ai ‘nostri’ pesci gardesani ne sono uscite disposizioni molto rigide, provvedimenti molto precisi da parte dell’Autorità sanitaria”.

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Insomma, detto in parole povere, “meglio non mangiarli, o mangiarne pochi, e divieto assoluto per bambini e donne incinte”.

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