Una famiglia distrutta per la morte di Matteo: lo piangono i genitori e la sorella

Grande sportivo, lavorava a Brescia come preparatore atletico e studiava Scienze motorie: lo piangono i genitori Chiara e Giuseppe, la sorella Silvia

La salma di Matteo Simonetti riposa all’obitorio dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, a disposizione dell’autorità giudiziaria: sono già stati effettuati i prelievi di campioni biologici per verificare le sue condizioni psicofisiche, al momento dello schianto. Matteo abitava a Capo di Ponte, ma lavorava a Brescia: si è spento domenica mattina all’alba, poco dopo le 5, a seguito del terribile incidente di Rogno, in Via Nazionale. E’ morto sul colpo, aveva solo 27 anni.

La dinamica dell'incidente

Insieme a lui un’auto, un’Alfa Mito, c’erano altri tre amici, tutti ricoverati in ospedale: il più grave, un 18enne di Sellero, è stato trasferito d’urgenza in elicottero al Civile, dove è stato ricoverato in codice rosso con un forte trauma cranico. Al momento i medici si sono riservati la prognosi. Decisamente meno gravi le condizioni degli altri due giovani, di 18 e 20 anni: sono stati ricoverati, in codice verde, negli ospedali di Esine e Lovere.

Sulla dinamica dello schianto, purtroppo, non ci sono dubbi. Simonetti era alla guida quando da Via Nazionale stava per imboccare la Strada statale 42. E’ in quel momento che si trova di fronte una gazzella dei carabinieri, un posto di blocco: in attesa dei responsi ufficiali, si può soltanto immaginare il perché abbia fatto inversione e abbia cercato di scappare. E’ stato inseguito per poche centinaia di  metri, fino allo schianto.

Ambulanze ed elicottero

L’Alfa Mito di Simonetti ha perso aderenza e controllo, si è schiantata contro un palo della luce, sradicato da terra, e ha finito per ribaltarsi. Come detto per lui non c’è stato niente da fare, è morto sul colpo. Sul posto, oltre ai carabinieri, anche i i vigili del fuoco e la polizia stradale. In volo si è levato l’elicottero, decollato da Brescia, mentre in loco si sono precipitate le ambulanze di Camunia Soccorso di Darfo e della Croce Blu di Lovere, insieme all’automedica.

Come tanti altri, Simonetti aveva fatto qualche sbaglio nella vita: per due volte gli era stata ritirata la patente. Sono stati i carabinieri, per primi, ad allertare i familiari. Matteo era nato e cresciuto in valle, tra Sallero e Capo di Ponte: qui abitava ancora con i genitori, mamma Chiara e papà Giuseppe, anche se lavorava in città.

Lo sport e il lavoro

Era un grande sportivo, da passione l’aveva fatto diventare lavoro: faceva il preparatore atletico a Brescia, dove aveva aperto uno studio. Fin da giovane praticava la boxe, allenandosi nelle palestre della zona. Una famiglia rispettata e conosciuta in tutta la valle: il padre Giuseppe era un ex bancario, nipote del parroco del paese negli anni ’60 e ’70; la madre aveva lavorato all’Asl di Breno (ora Ats). Matteo studiava ancora, iscritto alla facoltà di Scienze motorie: lo piange anche la sorella Silvia, che invece era iscritta a Medicina.

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A margine della tragedia, ai tantissimi messaggi di cordoglio, sui social si aggiungono, purtroppo, commenti e messaggi beceri che potremmo riassumere con un “Gli sta bene, si sarebbe dovuto fermare”. Ma con che coraggio augurate la morte a un ragazzo di 27 anni? Forse con lo stesso coraggio con cui augurate la morte a giovani, mamme e bambini in mezzo al mare. Non è coraggio, è miseria. Intellettuale ed umana.
 

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