Il coraggio di mamma Rita: “Mio figlio è gay, e io lotto per i suoi diritti”

Rita De Santis ha 77 anni e vive a Ghedi. Da quando suo figlio le ha confessato la sua omosessualità si batte perché vengano riconosciuti i diritti alle persone Lgbt

Rita De Santis ©Bresciatoday

Rita De Santis aveva 44 anni quando ha ricevuto la lettera più importante della sua vita. Una missiva  - trovata non nella buca delle lettere, ma sul tavolo di casa -  che l’ha liberata per sempre dalle convenzioni che le avevano tarpato le ali. Una lettera-confessione che portava la firma del figlio Francesco, all’epoca appena maggiorenne. Poche liberatorie righe per mettere nero su bianco una realtà difficile da accettare. “ Mamma mi sono innamorato: ho un compagno” scriveva Francesco. 

“All’inizio pensavo che si trattasse di un errore di ortografia - ricorda Rita, professoressa di filosofia ora in pensione - perché non ero preparata, fino ad allora non avrei mai pensato che mio figlio potesse essere gay. Ero scioccata non tanto per la notizia, ma per non essermi accorta di nulla. Mi sono rimproverata di non essere una brava mamma e una brava insegnante. Ma è così per tutti: nessuno genitore è preparato, come non lo sono la scuola e la società. Sono passati 33 anni da quando mio figlio ha fatto coming out, ed anche se l’omosessualità non è più un tabù e se parla di più, i pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche e transessuali non si sono certo affievoliti.”

Rita non hai mai chiuso le porte in faccia al figlio, non avrebbe potuto farlo, perché è una donna che ha fatto dell’accoglienza la sua filosofia di vita personale e professionale. Si è informata, ha divorato centinaia di libri, prima di scriverne lei stessa uno dedicato al compagno del figlio. Un romanzo d’amore intitolato, per l’appunto, “Il Nuoro”.  Rita ha messo in discussione sé stessa,  le convezioni e le convinzioni imposte dalla società e superato ogni pregiudizio. Da 33 anni lotta per vedere riconosciuti i diritti non solo di suo figlio, ma di tutte le persone Lgbt. Dal 2007 al 2013 ha guidato Agedo, Associazione di genitori di omosessuali, di cui ora è la presidente onoraria. 

“Io mi sento la mamma e l’insegnante di tutte le persone Lgbt che ci sono in Italia, mi assumo una responsabilità davanti a loro e chiedo anche al resto della società di farlo: non si può relegare in un Lager 6 milioni di persone. Perché è così che vivono gay, lesbiche ed eterosessuali in Italia. Non sono tutelati né dalla scuola, né dalla Stato, né  dalla Chiesa e spesso nemmeno dalla famiglia. Hanno gli stessi doveri, ma non pari diritti. La scoperta della propria identità di genere e dell’orientamento sessuale avviene in una fase delicata, quella dell’adolescenza e spesso i ragazzini si trovano ad affrontare tutto da soli. Siccome non prendono parte ai corteggiamenti ai compagni del sesso opposto sono esclusi o derisi; le insegnanti non hanno le competenze e le conoscenze per aiutarli e i genitori  molto spesso non sospettano nulla. Vivono in un vortice di solitudine e isolamento per molto tempo e chi non è abbastanza forte arriva a pensare di togliersi la vita e in alcuni anche a farlo.”

Ecco perché l’ultima battaglia di Rita riguarda i tre libretti redatti dall’Unar (unione nazionale anti razzismo) che introducevano  nelle scuole la teoria Gender e che in seguito alle furiose polemiche sono stati ritirati.  "Prima di tutto bisogna fare chiarezza: gli opuscoli erano esclusivamente rivolti agli insegnati e ai dirigenti scolastici, perché  si chiarissero le idee e s’informassero anche sul mondo delle famiglie arcobaleno, che esistono e non si può far finta che non ci siano. Più che sostenere l’ideologia di genere  parlavano del mutamento dei ruoli di genere avvenuto nella nostra società ed invitavano ad educare in maniera diversa. Per fare un esempio si spiegava che se un bambino gioca con un bambolotto e gli cambia il pannolino non lo fa perché è gay, ma perché semplicemente vede il padre farlo. Queste indicazioni sarebbero state utilissime per preparare gli insegnanti ad affrontare una realtà che esiste e non si può negare e trovo vergognosa la strumentalizzazione politica che è stata fatta.”

Ci saluta leggendoci un’altra lettera, recapitatole dal postino qualche hanno fa. Un’altra confessione, questa volta di un’amica, che compiti 90anni ha preso carta e penna per comunicarle che da più di 50 anni era innamorata di lei Una missiva e un amore che Rita non avrebbe potuto capire se 33 anni fa non si fosse liberata da tutti gli stereotipi. 

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