"Tanta paura di infettarci: guardo i nuovi pazienti, nella notte altri non ce l'hanno fatta"

La giornata tipo di un medico bresciano che combatte in prima linea il Coronavirus

Foto di repertorio

La sveglia che suona presto, prestissimo. L'abbraccio (virtuale) alla famiglia e la misurazione della temperatura corporea. I primi gesti di una routine quotidiana completamente stravolta dall'emergenza Coronavirus: giornate infinite, colme di difficoltà e di sofferenza, ma anche di paura, quelle di medici e infermieri in lotta con il Covid-19.

Sono quelle che un medico dell'ospedale Mellino Mellini di Chiari ha voluto raccontarci, affidandoci le sue riflessioni, ma scegliendo di restare anonimo. Una testimonianza toccante, scritta per far capire ai cittadini come si sentono i medici lombardi, che da settimane sono in prima linea contro un nemico invisibile. Lottano con amore e dedizione: chiedono solo il rispetto delle norme comportamentali basilari, che tutti ormai conosciamo, per impedire il sovraccarico degli ospedali. Hanno paura di ammalarsi anche loro, di non poter più aiutare e di mettere a rischio le proprie famiglie. Reduci da estenuanti giornate di 'guerra', ritrovano il sorriso solo a tarda notte, quando realizzano di essere tornati a casa sani e salvi.

La testimonianza di un medico di Chiari

"Apro gli occhi, un'altra giornata. Faccio mentalmente il check-up di me stesso: non mi sento nulla di particolare, misuro la temperatura: non ho febbre. E' già una bella notizia. Un abbraccio virtuale alla mia famiglia che sta ancora dormendo, i contatti stretti sono pericolosi con il lavoro che faccio. Mi lavo, faccio colazione, metto la mascherina e salgo in macchina. Arrivo in ospedale, non c'è in giro nessuno sulla strada: buona cosa, forse il messaggio è finalmente passato. Prima di entrare in ospedale, nuovo controllo della temperatura: non ho febbre. Timbro, entro in reparto, mi bardo: nuova mascherina, camice, cuffia, visiera, sovra-scarpe e doppi guanti. Si inizia a lavorare: il reparto è pieno, tutte polmoniti da Covid-19, anziani ma anche troppi giovani. Ci sono pazienti con volti nuovi che hanno sostituito chi purtroppo non ce l'ha fatta nella notte. Qui da giorni le ambulanze non smettono più di arrivare. Il turno è lungo, le protezioni sono fastidiose, il tempo per sé stessi inesistente. La paura di contrarre l'infezione è tanta, abbiamo tutti negli occhi l'immagine dei pazienti positivi che stanno soffrendo. Abbiamo quindici minuti, a turno, per mangiare: già togliersi la mascherina per cibarsi ti fa sentire più umano, quasi normale. Guardo le facce dei colleghi, abbiamo tutti le occhiaie, sembriamo tutti più vecchi, facciamo qualche battuta per sdrammatizzare. Si riprende a lavorare. Alla fine, il turno finisce, oltre l'orario canonico ovviamente come del resto ieri e l'altro ieri. Anche oggi, abbiamo visto cose che ci porteremo dietro a vita. Esco e salgo in macchina. Arrivo a casa, vedo la mia famiglia e sorrido perché anche oggi in fondo sono tornato, domani è un altro giorno, stasera vorrei solo godermi i miei affetti più cari. Com'è cambiata la nostra vita in pochi giorni".

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