Uccisi dal Citrobacter 4 neonati, altri 9 cerebrolesi: "Mancata igiene nell'ospedale"

L'infezione partita da un lavandino utilizzato dal personale del reparto di terapia intensiva neonatale dell'ospedale di Verona: nel rubinetto una colonia di batteri. Nel 2018 i casi di serratia marcescens al Civile di Brescia: l'ospedale fu poi scagionato

Citrobacter ospedale Borgo Trento Verona: infezione partita da un lavandino
Leonardo, Nina, Tommaso e Alice sono stati uccisi da un batterio annidato in un rubinetto dell'ospedale: è questa la conclusione dell'indagine condotta dalla commissione di verifica nominata dalla Regione Veneto per far luce sulla norte di quattro neonati ricoverati nella Terapia intensiva neonatale dell'ospedale di Verona

Era stata Francesca Frezza, mamma di Alice, una della neonate morte, a denunciare per prima il caso che ora ha attirato il faro della procura scaligera. In tutto ad essere infettati dal Citrobacter in due anni sono stati 96 neonati: una infezione letale per quattro bimbi mentre 9 sono rimasti cerebrolesi.

I primi controlli da parte dei vertici dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Verona erano stati avviati a gennaio poi erano stati interrotti a causa dell'emergenza Coronavirus. E solo oggi è stato riaperto l'intero reparto di Ostetricia dopo che il 12 giugno scorso il direttore generale dell'Aou veronese, Francesco Cobello, ne aveva disposto la chiusura, procedendo alla totale sanificazione degli spazi.

Citrobacter, batterio killer in un rubinetto dell'ospedale di Borgo Trento 

Proprio nei locali della Terapia intensiva neonatale dell'Ospedale della Donna e del Bambino di Borgo Trento, il Citrobacter aveva trovato casa annidandosi in un lavandino utilizzato dal personale del reparto. 

Secondo le conclusioni della commissione esterna, il Citrobacter avrebbe colonizzato il rubinetto probabilmente a causa di un mancato o parziale rispetto delle misure d'igiene. Un altro errore potrebbe essere stato di ricorrere all'acqua del rubinetto e non ad acqua sterile. Sarebbe entrato in ospedale dall’esterno, dunque, probabilmente a causa del mancato rispetto delle rigide misure d’igiene imposte al personale nei reparti ad alto rischio, come il lavaggio frequente delle mani, il cambio dei guanti a ogni cambio di paziente o funzione, l’utilizzo di sovrascarpe, sovracamici, calzari e mascherina.

Un caso simile a Brescia (ma meno grave)

Nell'agosto de 2018, un caso simile aveva travolto l'ospedale Civile di Brescia a causa di un altro batterio, il serratia marcescens: 10 i neonati infettati, tutti nati prematuramente, nel reparto di patologia neonatale. Uno di loro aveva sviluppato un’infezione gravissima e non ce l’ha fatta: è morto a soli 40 giorni di vita.

L’ospedale avrebbe agito immediatamente, mettendo in atto le operazioni di bonifica e prevenzione necessarie per frenare l’epidemia. Mentre la Procura di Brescia aveva aperto un’inchiesta per omicidio colposo e i carabinieri del Nas controllato il reparto, sequestrando le cartelle cliniche dei piccoli pazienti. 

Per questi casi di serratia marcescens, nel gennaio 2019 la Procura ha scagionato il personale del reparto, sollevandolo da ogni responsabilità: "Non si ravvisano elementi di censura dell’operato dell’equipe medica".

 

Cos'è il serratia marcescens

Il serratia marcescens è un microbo presente normalmente nell’ambiente: si può trovare in zone umide come ad esempio le fughe tra le piastrelle di bagni e docce, ma anche potenzialmente su cateteri e altri strumenti utilizzati nei reparti di terapia intensiva. Si contrae raramente in ospedale, visto che individui con un sistema immunitario efficiente sono in grado di resistere all’infezione. Possono invece sviluppare gravi patologie i soggetti particolarmente fragili, come i pazienti dei reparti di terapia intensiva, patologia neonatale e rianimazione.

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