Brescia la provincia dove si ammazza di più: "Uomini soli, senza controllo"

Su 91 delitti e tentati omicidi quasi uno su due in terra bresciana: i dati shock della violenza in provincia di Brescia, a pochi giorni dalla morte della 54enne Anna Mura, trovata con il cranio sfondato nella sua casa di Castenedolo

Quasi un centinaio di eventi violenti in Lombardia, e in meno di dieci anni. Tra questi 55 omicidi compiuti, 36 solo tentati: praticamente uno al mese. E in testa alla macabra graduatoria la provincia di Brescia, con 22 omicidi e 18 delitti tentati. I carnefici sono di età compresa tra i 50 e i 60 anni, il 50% avviene in casa, e coinvolge una coppia. Dati che rafforzano i sintomi di un territorio che soffre, e in cui spesso a soffrire sono le donne. A pochi giorni dall’omicidio di Anna Mura, la 54enne di Castenedolo trovata in camera da letto e con il cranio sfondato, e di cui l’unico indiziato è il marito 50enne Alessandro Musini.

Soltanto l’ultimo di una lunga serie di episodi che sembra non finire mai. Episodi che in qualche modo ripetono un loro canovaccio, quasi fosse un marchio: la violenza efferata, la fuga dell’assassino, il coinvolgimento dei figli, nel 90% dei casi ancora minorenni. Ne è convinta Francesca Passerini, avvocato milanese fondatrice del network DDiritto, da anni impegnata nella difesa delle donne dalla violenza di genere.

La frattura del vincolo coniugale, la goccia che fa traboccare un vaso in realtà colmo di sangue. Il partner, in questo caso il marito, che si sente ferito e umiliato: anche a Castenedolo lui sapeva tutto, sapeva che quel lunedì la moglie Anna sarebbe andata dal suo avvocato, per discutere della separazione. E non è solo un raptus, quanto l’apice di una reiterata violenza. Una forma estrema di vendetta, che si compie quando l’abbandono diventa cosa vera.

Musini intanto non ha ancora confessato, ha negato tutto. Potrebbe crollare nelle prossime ore, oppure no: rimane comunque l’unico sospettato, fermato a pochi chilometri da casa dopo una fuga di 32 ore. In paese lo descrivono come un solitario, uomo burbero a cui non dispiaceva bere un bicchiere di troppo. Scontroso fuori, scontroso a casa: i due litigavano spesso, lei si era già rivolta ai Servizi Sociali.

Una storia che a tratti ricorda l’omicidio di Palazzolo, quando fu Chaambi Mootaz ad uccidere la compagna Daniela Bani con 21 coltellate. Oggi come ieri, forse in paese tanti sapevano, o sospettavano. “Lei ha deciso in autonomia di lasciarlo – spiega Passerini – scatenando in lui la voglia di vendetta, mettendo pure in mezzo i bambini, come fosse una punizione. Le cose non andavano, e da tempo. Il lavoro, la casa, l’affitto.. piccoli segnali ma che peggioravano con l’acuirsi dei problemi. Poi sono precipitati. I campanelli d’allarme sono cresciuti d’intensità e di frequenza, fino alla tragedia”.

Piccoli segnali che forse anche altri avevano visto: perfino gli amici del piccolo Danilo, il ragazzo di 15 anni che ha poi trovato la madre morta, sapevano che in casa la situazione stava peggiorando, con il tempo. “Forse tanti conoscono le situazioni, ma non sanno cosa fare. Per questo è necessario intervenire. La prevenzione, prima di tutto: in particolare a Brescia e provincia, dove negli ultimi mesi la violenza non ha mai smesso di acuirsi”.

In questi delitti c’è un sentimento quasi arcaico. Il paradosso della società moderna, di un’emancipazione spesso mancata. “Uomini che tornano ad essere soli, circondati dai loro problemi. Viene meno il controllo sociale della comunità: chi è solo si sente legittimato in atteggiamenti che insieme ad altri non farebbe mai”. Poi la violenza sanguinosa, “lo sfogo di un istinto bestiale”.

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