Violenze tra le mura di casa: la paura di denunciare chi fa della donna un oggetto

Presso la sala conferenze della Polizia Provinciale di via Romiglia, un convegno per sensibilizzazione alla tutela delle categorie deboli: "Bisogna insegnare a riconoscere la dignità dell'altro"

Roma: “Spari nella notte sulle auto con donne”. Bolzano: “Alcol sul viso, ventiquattrenne ustionata dal suo ex”. Caserta: “La miss picchiata dal compagno, lo perdona e torna con lui”.

Parte da questi tre titoli di giornale la tavola rotonda di ieri presso la sala conferenze della Polizia Provinciale. Presenti il giornalista e scrittore Federico Giuglia, il pm Sandro Raimondi, il medico Asl Gianpietro Briola, il sociologo Maurizio Quartini e la psicologa Barbara Fiora. Obiettivo dell’incontro, quello di sensibilizzare i cittadini alla tutela delle categorie deboli (donne e bambini) nel contesto della violenza domestica e non solo, e cercar di capire dove nasca l'escalation di femminicidi degli ultimi mesi.

“Il problema - afferma il dott. Quartini - spesso sta nella mancanza di riconoscimento della dignità dell’altro. Risulta difficile convincere le donne a confessare di essere state picchiate perché sono loro, talvolta, ad assumere su di sé la responsabilità. Troppe volte tendono a giustificare l’aggressore per paura di rimanere sole”. La stampa sembra essersi accorta solo ora di un problema che esiste da tempo: “Attenzione, però, al rischio di emulazione. Alcuni squilibrati potrebbero prendere spunto da ciò che si racconta sui giornali”.

In città sono stati creati sportelli dedicati a ricevere le denunce dei cittadini, fa sapere il Pubblico Ministero Raimondi:  "Ora tentiamo di avere i dati delle violenze in famiglia. Molti casi vengono sottovalutati, ma sono l’anticamera di situazioni più gravi o addirittura di omicidi”.

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Nei diversi casi di cronaca, spesso emerge che minacce e violenze continuano anche per mesi e mesi, prima dell'aggressione finale. Nella vittima si insinua un senso di paura, di depersonalizzazione e di sottomissione all'aggressore: "Subire una serie di traumi rende difficile decodificare le emozioni e quanto è accaduto - spiega la dott.ssa Fiora -, per questo chi viene aggredito spesso non parla, non denuncia, ma riesce solo a stare in silenzio. Di solito l’aggressore appare all’esterno come una persona insospettabile. Occorre un sostegno anche per quei maltrattanti che si accorgono di aver sbagliato e che chiedono aiuto”.

Tutti sono d’accordo sulla necessità di attuare un nuovo modo di accostarsi al problema, che segni innanzitutto un cambio di paradigma dal punto di vista culturale. Per troppo tempo, infatti, l'immagine della donna si è ridotta alla pura mercificazione del suo corpo: non più individuo con una biografia, sentimenti, una vita autonoma, ma puro oggetto da godere e possedere. Certo, servono anche misure cautelari di prevenzione e ammonimento, perché non si debba intervenire quando ormai è troppo tardi.

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