"Paga 100mila euro o finisci male": tre arresti, c'è anche un commercialista

In manette un 44enne di origine calabrese e di casa a Chiari, un commercialista 55enne di Palazzolo e un 46enne residente nella Bergamasca. Sono accusati del reato di tentata estorsione in concorso, aggravata perché commessa con l’aggravante del metodo mafioso.

Foto d'archivio

Pedinato e minacciato per 4 lunghi mesi, affinché pagasse 100mila a titolo di 'risarcimento' per il licenziamento di un'impiegata, il cui compagno avrebbe avuto losche frequentazioni. Un vero e proprio incubo, quello vissuto da un imprenditore bergamasco, titolare, insieme alla moglie, di una ditta di confezione di abiti. A mettere fine alle minacce, anche di morte, sono state le indagini condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo di Brescia: nelle prime ore di mercoledì mattina per i tre taglieggiatori sono scattate le manette. 

Si tratta di tre uomini, tutti con alle spalle precedenti penali e di polizia. Uno di loro, un 44enne di origini calabresi ma residente a Chiari, era pure in regime di semi libertà con affidamento in prova al servizio sociale ed è quindi finito in carcere. Per gli altri due - un commercialista 55enne di casa a Palazzolo e un disoccupato classe '74 della Bergamasca - sono invece stati disposti gli arresti domiciliari. Le accuse mosse nei loro confronti sono pesanti: tentata estorsione in concorso, aggravata perché commessa con metodo mafioso. Il provvedimento è stato richiesto dalla Procura della Repubblica  e dalla Dda del tribunale di Brescia al termine delle indagini.

I militari hanno infatti raccolto numerosi indizi di colpevolezza nei confronti dei tre uomini. Stando a quanto emerso, tutto sarebbe cominciato quando l'imprenditore vittima della tentata estorsione ha licenziato la compagna di uno dei tre arrestati. In buona sostanza il sodalizio pretendeva la cospicua somma di 100mila euro come corrispettivo per la perdita del posto di lavoro della donna. Una sorta di "trattamento di fine rapporto" in nero.

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Il commercialista si era presentato come mediatore della controversia, ma stando a quanto ricostruito dia militari, era d'accordo con il 44enne calabrese. È stato quest'ultimo a pedinare e a minacciare l'imprenditore per ottenere i soldi. Per intimidire la vittima, si sarebbe pure vantato di avere legami con le famiglie malavitose calabresi stanziate nel Nord Italia. In realtà il 44enne non aveva nessun legame con l'Ndrangheta, stando a quanto appurato dai militari. Avvertimenti e intimidazioni sarebbero durate per mesi -  da ottobre 2019 a febbraio 2020  - finché l'imprenditore si è rivolto ai carabinieri per denunciare quanto stava accadendo. 
 

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