Cronaca

Mafia dei colletti bianchi: a Brescia la base della cosca, 69 arresti e 200 indagati

69 arresti, 200 indagati, sequestri per 35 milioni di euro: sono i numeri monstre dell’operazione ‘Leonessa’. Come operava la cosca radicata nella nostra provincia

Al Sud il traffico di droga, al Nord nuovi business, come la vendita di crediti fiscali inesistenti. Mafiosi in giacca e cravatta, quelli che avevano base operativa nel Bresciano e agivano in maniera del tutto autonoma rispetto alla cosca d’origine: la Stidda gelese.

La maxi operazione è stata condotta dalle squadre mobili di Brescia e Gela, dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Brescia, con il supporto dello Sco della Polizia di Stato e dello Scico della Guardia di Finanza; ha portato all’esecuzione di 69 arresti e a sequestri per 35 milioni di euro, nonché a un centinaio di perquisizioni, per un totale di circa 200 indagati. 

Il gruppo criminale bresciano era composto da 18 persone: 13 sono indagate per associazione di tipo mafioso, 5 per concorso esterno in organizzazione mafiosa. 

Un giro d'affari da 20milioni di euro

La cosca bresciana, attraverso il supporto dei colletti bianchi, ha permesso a numerosi imprenditori del Bresciano e di altre province - che ora dovranno rispondere del reato di indebita compensazione di tributi - di evadere il fisco per diverse decine di milioni di euro, cedendo crediti fiscali inesistenti usati dalle aziende proprio per abbattere il debito tributario.

In un solo anno e mezzo, cioè il tempo della durata delle indagini, il gruppo criminale è riuscito a commercializzare crediti fiscali inesistenti per circa 20 milioni di euro, ceduti a imprenditori operanti tra i più svariati settori dell’economia. 

I proventi venivano reimpiegati e riciclati in società operative nei campi più disparati: dalla sponsorizzazione di eventi, al marketing sportivo; dal noleggio di auto, barche ed aerei, al commercio all'ingrosso; dalla fabbricazione di apparecchiature per illuminazione alla gestione dei bar.

L’indagine sulla cosca bresciana - comandata da tre uomini di elevata caratura criminale, che già in passato avevano ricoperto ruoli di vertice nella Stidda gelese -  ha portato gli inquirenti a mettere in luce i legami con l’organizzazione criminale siciliana e pure dato il via ad altri filoni investigativi.

La guerra non porta a niente

Gli enormi profitti realizzati dal sodalizio besciano non sono infatti passati inosservati ai membri operanti nel Gelese e non sono mancati momenti di tensione: inizialmente il traffico di droga del sodalizio siciliano era infatti stato finanziato con i proventi derivanti della vendita dei crediti fittizi. 

“L’organizzane criminale bresciana ha fortemente resistito a un tentativo di abbordaggio da parte della Stidda gelese, ribadendo la sua completa autonomia” ha spiegato Carlo Nocerino, procuratore capo di Brescia.

I due sodalizi avevano infine siglato una vera e propria “pax mafiosa” consapevoli, come affermato da uno degli indagati, che "la guerra non porta a niente, la pace porta a qualcosa."

Nuovo business ma stesso modus operandi 

Pur cambiando il business, i membri del sodalizio radicato nel Bresciano hanno mantenuto le antiche e tipiche modalità della Stidda. Non sono mancate le intimidazioni nei confronti dei concorrenti e degli affiliati ritenuti inaffidabili. L’offerta agli imprenditori non prevedeva solo la cessione di crediti fittizi, ma in alcuni casi pure la loro protezione.

Dall'indagine sui crediti fittizi sono nati altri filoni investigativi che riguardano altri reati fiscali: 28 persone sono indagate (di cui 11 sono in carcere e altrettante ai domiciliari) per emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Altre 18 persone devono rispondere di corruzione di pubblici ufficiali.

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