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Via Milano, dove la metro non ferma. Porte murate e famiglie al freddo

Sono rimasti in pochi al civico 140, da più di un mese senza riscaldamento, con le finestre murate e un degrado che ricorda una Scampia in scala ridotta. Obbligati ad andarsene, anche senza una casa

Gli abitanti muniti di regolare contratto d’affitto devono rivolgersi al proprietario dell’appartamento per AVERE UNA DIVERSA ABITAZIONE. […] Chi non si allontana SARA’ PERSEGUITO a termine di legge.

Appeso sui muri, all’ingresso e sulle scale, un perentorio messaggio ‘ufficiale’, in Via Milano civico 140, il palazzone che a prima vista ricorda una Scampia su scala ridotta, “lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Eppure là dentro ci abitano ancora, mentre in cortile i rifiuti si accumulano, i muri si sfaldano, mentre non c’è più manco il riscaldamento, gli inquilini vengono allontanati, le finestre murate. Hanane viene dal Marocco, è ancora giovanissima ma ha già due figli, lui ha 10 anni e vuole fare il calciatore, lei di anni ne ha due e dal poco che sappiamo le piace tanto giocare, ma pure mangiare i biscotti. Tredici anni che Hanane vive in Italia, il marito che lavora in nero, e neanche troppo lontano da casa, lei ha lavorato in un ristorante finché ha potuto, l’ansia dello sfratto, i pensieri che vanno ai bambini.


600 euro lo stipendio, 400 l’affitto, per una casa in cui l’unica fonte di calore è una stufetta elettrica all’ingresso. “La notte quasi mi si ferma il cuore, ho paura. Ho paura venga la polizia a puntarci addosso un mitra, ho paura che vengano a portarci via. Hanno già portato via tanta gente, chissà dove. A qualcuno hanno perfino murato la casa, con tutte le loro cose”. Ce ne sono altri nel palazzo, è già successo e le finestre di mattoni non fanno che peggiorare la situazione psicologica. Di giorno c’è Casa Marcolini, magari per una doccia calda, magari per lavare i panni. “Ma non ce la sentiamo di stare via troppo tempo – continua Hanane – E se quando torniamo ci hanno murato casa? Io ho abitato con italiani, senegalesi, rumeni.. Per me siamo tutti fratelli, la nostra patria è il mondo. I miei bimbi vanno a scuola qua, io voglio che crescano dove sono nati. Non vogliamo litigare né dare fastidio. Vogliamo solo che le cose si sistemino. Siamo uomini, non siamo bestie”.

In attesa di una proposta, o dalla proprietà (e si potrebbe aprire una larga parentesi sul giusto affitto) o dai servizi sociali, tra gli inquilini rimasti ce lo dicono in tanti, “il Comune deve aiutarci, e non solo a parole”. Rose è nigeriana, quando la incontriamo ha in braccio la figlia più piccola. “Il problema sono loro, i bambini. Penso sempre a loro, non posso vivere serena. Lo stipendio non mi dura più di due settimane, ci sono le bollette, c’è l’affitto, bisogna anche mangiare, non posso dar loro sempre la minestrina. Mio marito lavora quando riesce a trovarlo, a volte con un contratto e a volte no. Abbiamo sempre pagato, siamo disposti ancora a pagare. Siamo qui da tanti anni e non abbiamo mai chiesto aiuto a nessuno, ma ora abbiamo bisogno, è da 40 giorni che viviamo senza riscaldamento”.

Anche Ben è nigeriano, sulla quarantina e quasi per forza precario, anche lui ha figli nati in Italia e che dunque parlano solo italiano, sanno bene pure il dialetto. La cittadinanza resta un sogno, “troppo tempo ci vuole, è difficile ottenerla, è costoso”. In Italia dal 1998, è da cinque anni che sta al Via Milano numero 140, pagando pure 1800 euro di anticipo alla proprietà italiana quando è arrivato. Tanti lavori, spesso diversi, “quando c’era Berlusconi si lavorava di più”, forse è quello che gli ripetono i diversi padroni. “Voglio solo essere felice, vivere felice con la mia famiglia. Vorrei tanto che i miei figli un giorno possano fare quello che gli piace. Vorrei poter offrire loro qualcos’altro, e non solo il prosciutto dell’Esselunga”.

Le contraddizioni anche nell’opulenta Brescia, la città della Metro da un miliardo di euro, nel cuore della ricca Lombardia, la locomotiva d’Italia. Contraddizioni forse fisiologiche per una società basata esclusivamente su profitto e sfruttamento. “Alle famiglie rimaste possiamo solo dire di tenere duro – fanno sapere dall’associazione Diritti per Tutti – Questa è una lotta di scopo, con un obiettivo preciso. Dare una casa a chi ce l’aveva, e la sta perdendo ingiustamente”.

Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguarda all’alimentazione, al vestiario, all’ABITAZIONE. Non sta scritto sotto una statua di Lenin, o in qualche centro sociale. È parte integrante dell’Art.25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

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