Omicidio della figlia a San Polo: una tragedia della disperazione

L'anziana accusata d'omicidio viveva da sola con le 2 figlie gemelle, entrambe schizofreniche. "Ero esasperata, ho perso il controllo", avrebbe raccontato agli agenti, che l'hanno trovata al fianco del cadavere della vittima

Prima ha tentato di soffocarla con un sacchetto di plastica. Poi ha afferrato la prima arma che ha trovato in casa, un manico di scopa, e ha colpito forte, fino a quando la figlia si è accasciata davanti a lei, esanime. Quella che si è consumata ieri a San Polo, quartiere popolare a sud di Brescia, è una tragedia maturata nell'animo di una madre disperata, che non ha più potuto resistere e combattere contro la malattia della figlia cui aveva sempre prestato le proprie cure.

La donna, Concetta Cottone, 76 anni, in un raptus di follia ha ucciso a bastonate una delle proprie figlie, Assunta Arcieri. "Ero esasperata, ho perso il controllo", avrebbe raccontato l'anziana agli agenti della questura che sono entrati nell' appartamento, trovandola accanto alla vittima. Lei di anni ne aveva 49 e fin da quando era ragazza soffriva di disturbi psichiatrici: schizofrenia, una malattia invalidante.

La stessa patologia della sorella gemella, che intorno alle 11.30 ha chiamato il 113. Circa due ore dopo madre e figlia, stesso cappotto rosso e cappellini in mano a nascondersi il volto, hanno lasciato la loro abitazione scortate dai poliziotti della Squadra mobile. Sentita dal pm Claudio Pinto, la 76enne avrebbe ammesso le proprie responsabilità.

Le tre donne vivevano insieme nell'appartamento posto sotto sequestro all'ultimo piano in uno stabile di case a schiera a San Polo, in via Raffaello al civico 194, sopravvivendo grazie alla pensione di invalidità percepita dalle due sorelle. "Di sicuro non era una famiglia come tutte" ha raccontato un vicino di casa. Concetta, la madre, da tempo si era separata dal marito, nel frattempo deceduto. Negli anni '80 una terza figlia della coppia si era uccisa, impiccandosi a un traliccio ferroviario.

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Ogni mattina madre e figlie uscivano di casa per fare spese: una delle poche occasioni in cui rompevano il loro volontario isolamento, anche se sembra evitassero sempre e comunque di intrecciare rapporti con il vicinato. ''Abbiamo sempre aperto loro la porta - ha raccontato un vicino - ma non era loro intenzione entrare in relazione con noi". "Venivano sempre a pagare le loro rate - ha spiegato l'amministratore del condominio - era l'unico momento in cui riuscivo ad entrare in contatto con loro. Ma era difficile, erano molto scostanti". Sempre i vicini di casa assicurano di aver fatto segnalazioni ai servizi sociali, che non sarebbero però andate a buon fine.

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