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Mercoledì, 8 Dicembre 2021
Cronaca

Una città contaminata: «Brescia non sta bene, situazione fuori controllo»

Abbiamo intervistato il dottor Celestino Panizza, membro attivo dell'ISDE Medici per l'Ambiente. Dal sito Caffaro a Brescia Est, troppe criticità per un solo territorio: "Non c'è confronto alcuno, rischio ambientale concreto"

“Brescia non sta bene, e per molti motivi”. Abbiamo il superamento del livello PM10 un giorno sì e un giorno no, abbiamo il lungo elenco delle criticità della zona Sud Est, Buffalora e San Polo, il peso critico del sito Caffaro, il cromo nell’acqua e la falda superficiale che se non è contaminata poco ci manca. Eppure enti ed istituzioni sembrano voler girare la testa, e anche l’allarme ambientale non pare percepito fino in fondo: ne abbiamo parlato con Celestino Panizza, medico specializzato in Medicina del Lavoro e in Statistica Medica ed Epidemiologia, nonché membro attivo dell’ISDE Medici per l’Ambiente. “La centralina di rilevamento è allocata in periferia, vicino al Villaggio Sereno – ci spiega Panizza – eppure ha registrato il superamento dei limiti di polveri sottili per 113 giorni lo scorso anno. Una situazione particolare e preoccupante, una situazione di fondo decisamente più problematica rispetto a quella riscontrata in altri territori. E stiamo parlando solo di aria: diossine, PCB e metalli pesanti, in quantità significativamente elevate”.

Ma siamo solo all’inizio: “Il sito Caffaro è origine storica dell’inquinamento territoriale. Ha interessato la catena alimentare, ha colpito aziende produttrici e aziende agricole, latte e formaggi, carne e ortaggi. I residenti della zona Sud hanno una concentrazione di PCB nel sangue decisamente superiore rispetto alle medie non solo nazionali, valori ancora più elevati per chi ha consumato alimenti contaminati. Un problema diffuso, che colpisce tutta la città, da Nord a Sud. Anche San Polo è un terreno fertile di problemi, un’intersezione pericolosa di criticità ambientali, l’Alfa Acciai e l’inceneritore, l’autostrada e la tangenziale. Criticità che si ripercuotono sulla salute, sia che si tratti di ricoveri per malattie respiratorie o sull’incidenza sui tumori, dove Brescia si conferma tra le più colpite del Nord Italia”.

Ora se ne parla un po’ di più, questo però potrebbe non bastare. “Circolano tante voci, molti cercano di giustificare i dati ASL o ARPA raccontando di diverse caratteristiche della popolazione, di fattori comportamentali o genetici. Ma i dati parlano chiaro, il rischio ambientale è concreto, e i risultati di ogni analisi sono ascrivibili alle particolari condizioni ambientali. La situazione sanitaria è tutt’altro che tranquillizzante, e fino ad oggi non si è fatto praticamente nulla per migliorarla. Tutte queste indagini dovrebbero servire come base d’appoggio per scelte concrete, che implichino azioni di breve, medio e lungo periodo, e non solo a confermare o smentire cose che già conosciamo tutti. A me basta pensare alla resoconto generale delle incidenze tumorali in terra bresciana, più che sufficiente per giustificare l’adozione di politiche di tutela dell’ambiente e della salute”.

A pagare, oggi e domani, saranno cittadini e residenti, anziani e meno anziani, soprattutto bambini. “Loro hanno una vita davanti, avrebbero il diritto di capire e sapere a cosa andranno incontro. Dobbiamo prendere atto di questa situazione e mettere al centro il problema, correlare le fonti di inquinamento attuali con i possibili effetti a lungo termine. Non si può arrivare a conclusioni definitive, ma i dati scientifici e i dati convergenti, uniti ai ricoveri e alle malattie, all’inquinamento, portano a un solo risultato. Una situazione cronica, che da oltre 15 anni richiama all’attenzione e che ora emerge con più chiara evidenza. Brescia non ha confronti, con nessun altra realtà: i bresciani sono quelli che stanno peggio”.

Un inquinamento diffuso che non ha confini, corroborato da realtà come quelle della Valtrompia, dell’Italcementi di Rezzato, perfino il lago di Garda sembra sovraccarico di PCB e diossine, “composti organici persistenti che si trasportano anche a distanza”, e le anguille ne sono solo un esempio, “pesci grassi che concentrano molto queste sostanze, sostanze bioaccumulabili e biomagnificabili”. Il che significa che “man mano che si sale nella catena alimentare la concentrazione aumenta a dismisura”, anche di migliaia di volte.

C’è ancora tempo da perdere? Pare di no, e il dottor Panizza elenca i punti fondamentali, gli interventi da effettuare su diversi fronti per ridurre la criticità degli impatti attuali. “Fermare tutto, e non inserire alcuna nuova fonte di inquinamento, anzi. Qualunque nuovo intervento non dovrà essere solo a impatto zero, dovrà essere d’impatto positivo per il territorio. Poi abbiamo l’inquinamento industriale, non solo l’inceneritore, le emissioni straordinarie di inquinanti, le grandi acciaierie: qui servono più controlli, nuovi filtri e impianti d’avanguardia. C’è anche il problema del traffico, perché nonostante i dati gravissimi si cerca ancora di incentivare l’uso del mezzo privato, preludio di un nuovo peggioramento della qualità dell’aria. Infine abbiamo il problema delle falde acquifere, che si lega a filo doppio con il sito Caffaro. Un’acqua contaminata da solventi clorurati e metalli come cromo e nichel”.

Un elenco che pare infinito, e quelle sigle e quelle cifre che tornano e ritornano, risuonano pesanti come i metalli, come la diossina, come i PCB. “La categoria più esposta – conclude Panizza – è quella dei più giovani di tutti, i bambini. Inquinanti di questo tipo, e a questo livello, incidono sullo sviluppo prenatale, sullo sviluppo del sistema celebrale, sulle capacità intellettive, sul sistema endocrino e sul sistema immunitario”. Il tempo dell’agire non è mai stato così necessario.

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