La fabbrica dell'evasione in città: false operazioni per mezzo miliardo, 22 arresti

In manette avvocati, commercialisti e imprenditori. Base del sodalizio, che offriva 'pacchetti evasivi', era lo studio di una commercialista, a Brescia. Un giro di affari illeciti che ha fruttato ben 80 milioni di euro

Gli arresti della Guardia di Finanza

Un vero e proprio laboratorio dell'evasione fiscale. Così il procuratore aggiunto di Brescia Carlo Nocerino, che insieme alla collega Claudia Passalacqua ha coordinato l'operazione della Guardia di Finanza, ha definito lo studio della commercialista Stefania Franzoni. La professionista bresciana, classe 1970, era al vertice dell'associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale che avrebbe guadagnato ben 80 milioni di euro attraverso false operazioni (fatture inesistenti, ma anche crediti fiscali fittizi) per mezzo miliardo.

Fabbrica dell'evasione fiscale:
tutti i nomi dei 22 arrestati

Non era certo sola al 'comando', al suo fianco l'imprenditore, classe 1962, Sandro Monteleone. Un nome non nuovo alla Guardia di Finanza e alla Procura: lo scorso settembre era stato condannato a 8 anni e 6 mesi - e sottoposto all'obbligo di firma - per evasione fiscale. Per il facoltoso imprenditore, martedì mattina, si sono aperte le porte del carcere, mentre la commercialista sarebbe all'estero e quindi non è ancora stata raggiunta dall'ordinanza di custodia cautelare in carcere.

Tra gli indagati un ex consigliere e un monsignore 

Altre 20 persone sono state arrestate al termine della maxi-inchiesta, tra di loro ci sono tre avvocati e altrettanti commercialisti bresciani: per loro si sono aperte le porte della penitenziario cittadino. In tutto sono 17 gli imprenditori e i professionisti finiti in carcere, mentre per 5 sono stati disposti gli arresti domiciliari. Tra questi ultimi anche Alessandro Bizzaro, consigliere leghista di palazzo Loggia all'epoca della giunta Paroli. Devono rispondere, a vario titolo, di associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata alla frode fiscale e al riciclaggio di denaro.

Ma gli indagati sono molti di più, quasi un centinaio e tra loro c'è pure un anziano monsignore di Matera. L’ecclesiastico 90enne avrebbe favorito il tentativo del sodalizio di aprire un conto allo Ior sul quale depositare i soldi frutto dell’evasione. 

Laboratorio di evasione fiscale

L’organizzazione offriva servizi tributari “illeciti”, attraverso centinaia di società “di comodo” (sia nazionali che estere) e prestanomi. Lo scopo principale, hanno spiegato gli investigatori, era la produzione di crediti fittizi (da utilizzare indebitamente in compensazione) e di fatture per operazioni inesistenti. Tali “servizi” venivano poi venduti attraverso una rete di distribuzione. I “colletti bianchi” individuavano i soggetti a cui piazzare i loro “prodotti” attingendo tra gli imprenditori loro clienti che volevano abbattere le imposte. Nella maggior parte dei casi gli utilizzatori finali dei fittizi crediti d'imposta erano all'oscuro del meccanismo fraudolento.  

Non solo, il sodalizio si occupava pure di sviare eventuali attività di controllo. Avendo 'fiutato' le indagini in atto - durante l'inchiesta sono stati sequestrati 2 milioni di euro in banconote attraverso operazioni internazionali di polizia -  la banda si era affidata ad alcuni faccendieri, profumatamente pagati per tentare di distogliere l'attenzione degli inquirenti e fare da intermediari. Tra di loro anche un sedicente appartenente alle forze dell'ordine e un falso membro dei servizi segreti nazionali.

Non sono mancate le pesanti intimidazioni e le minacce di morte nei confronti di chi si mostrasse propenso a collaborare con l'autorità giudiziaria. Grazie alle intercettazioni, queste persone sono state preventivamente messe sotto tutela, evitando conseguenze potenzialmente drammatiche.   

Raffinati meccanismi per riciclare il denaro 

La banda si avvaleva di una squadra di “cash courier” specializzati nel trasporto in auto di denaro contante in vari Paesi europei, tra cui la Slovenia, la Croazia e l'Ungheria. In questo quadro sono avvenuti i sequestri effettuati oltre confine, con la presenza dei Finanzieri in territorio estero. Oltre 1 milione di euro in contanti è stato rinvenuto presso le cassette di sicurezza di una filiale di una banca croata. Altro denaro è sono stato sequestrato all'atto della “reimportazione” dei profitti illeciti da altri Paesi europei, dove erano stati appositamente occultati.

Una professionista ungherese aveva il compito di nascondere il denaro proveniente dall’evasione fiscale, aprendo e gestendo - per conto dei promotori del sodalizio - conti correnti accesi in Ungheria e in altri Pesi. I profitti, come detto 80 milioni di euro, erano poi reimpiegati nelle attività economiche dei sodali.

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L’indagine, condotta principalmente attraverso le intercettazioni telefoniche (sono state ben 117), ha quindi permesso di ricostruire le fasi, i ruoli, i trasferimenti e i passaggi di denaro dell’associazione per delinquere, smantellando il gruppo criminale e recuperando i patrimoni illeciti con il sequestro di conti correnti, case e beni di lusso.

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