Cronaca

La moglie di Federico Manenti: “Mi hanno impedito di stargli vicino”

Federico Manenti è morto la scorsa settimana in ospedale, senza avere accanto la 'moglie' Patrizia Cortivo. Si erano spostati lo scorso maggio, con rito celtico, e fra qualche mese avrebbero dovuto celebrare la loro unione in comune, ma non ne hanno avuto il tempo

Federico e Patrizia il giorno delle 'nozze'

La rabbia e l’impotenza, oltre all’insopportabile dolore per la scomparsa dell’uomo che amava: Federico Manenti,  stroncato a 40 anni da una terribile malattia genetica e invalidante, la glicogenosi di tipo 2. Federico se n’è andato in un letto del reparto di terapia intensiva del Città di Brescia,  senza avere al suo fianco la donna che aveva sposato il 2 maggio scorso, con il benestare della famiglia, nel giardino di casa, con rito celtico. Gli scatti del giorno più bello delle sua vita riempiono la sua bacheca Facebook, ma non sono serviti alla 'moglie' Patrizia Cortivo per provare la loro unione davanti ai medici (il matrimonio con rito celtico non è riconosciuto dalla legge italiana).

Patrizia racconta di non avere potuto assistere Federico e nemmeno di essere stata aggiornata sulle sue condizioni di salute. Non le sarebbe stato permesso, ed è rimasta nell’ombra, anche durante il funerale. “Il prete nell’omelia funebre non mi ha nemmeno nominata - spiega la donna, che di professione fa l’operatrice sanitaria - come se io non fossi mai esistita. Eppure Federico era orgoglioso di questo matrimonio, sposarsi è sempre stato il suo sogno. Tra qualche mese avremmo dovuto celebrare la nostra unione in Comune, ma non ne abbiamo avuto il tempo”.

Patrizia e Federico si erano conosciuti anni fa, ad unirli le lotte che portavano avanti insieme, come quella per la liberazione del metodo Stamina. Nel gennaio del 2015 il rapporto d’amicizia si era trasformato in una relazione ed entrambi desideravano vivere sotto lo stesso tetto, come tutte le coppie. Stavano cercando una casa adatta alle esigenze di lui - costretto su una sedia a rotelle dalla malattia-  nel veronese, dove Patrizia lavora. 

Qualche settimana fa il tracollo: “Era una domenica sera - ricorda Patrizia -, il padre di Federico mi ha chiamata per informarmi che il cuore di mio marito si era fermato e che era stato portato in ospedale. Ha chiuso la conversazione senza neanche dirmi in quale nosocomio fosse. Appena ho scoperto che era alla Poliambulanza mi sono precipitata là: è stata l’ultima volta che l’ho visto vivo. Dopodiché i suoi genitori mi hanno completamente tagliata fuori,  non volevano che andassi a trovarlo e quando è stato trasferito al Città di Brescia non mi hanno messa al corrente. Ai medici era stato proibito di darmi notizie sulle sue condizioni e di farmelo vedere. I suoi genitori sapevano che lui voleva me al suo fianco, ma non hanno rispettato le sue volontà e questo rende ancora più atroce la violenza che ci è stata fatta."

"Ho il dovere morale di dire come era mio marito - prosegue la donna -. Perché durante la funzione è stato dipinto come un povero derelitto, che per parlare con qualcuno doveva stare attaccato al computer. Non è vero! Mio marito era un grande uomo, che ha lottato per le cose in cui credeva: ha combattuto per i bambini malati di Sla e ha avuto una vita pressoché normale. Era un uomo speciale, molto sensibile e intelligente e molto dignitoso, non si lamentava mai per i dolori causati dalla malattia e cercava di dare meno disturbo possibile. Non voleva essere attaccato alle macchine e invece ce lo hanno lasciato. Io non ho potuto far niente per esaudire i suoi ultimi desideri e stargli accanto quando aveva più bisogno: non ho nemmeno potuto salutarlo.”

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