Inquinamento: occhi puntati su un fungo che 'mangia' il Pcb

Importante dai laboratori della General Environment di Romano di Lombardia: funghetti 'affamati' di Pcb e diossine per bonificare i terreni contaminati. Ma a Brescia la sperimentazione è ancora lontana

La soluzione economica ed efficace per una bonifica ‘ecologica’ delle aree impestate da Pcb, diossine e metalli pesanti? Potrebbe bastare un fungo. La notizia, che ha dell’incredibile ed è stata raccontata sulle pagine del Corsera, arriva da una società specializzata in bonifica dei terreni, la General Environment di Romano, provincia di Bergamo.

Tanti piccolissimi funghi che, ‘trapiantati’ nel terreno, si ciberebbero avidamente dei residui decennali dell’inquinamento industriale. Potrebbe essere un’occasione da non perdere, e non solo per Brescia: vedi Castel Mella e Capriano, altri Comuni in cui le concentrazioni di Pcb e di diossine fanno preoccupare da tempo.

I primi risultati positivi sarebbero stati certificati dall’Università di Pisa: nei campioni di terreno utilizzati come test – prelevati proprio a Brescia, in Via Rose di Sotto – la presenza di Pcb sarebbe diminuita del 50% in meno di un mese. E la statistica confermerebbe i primi dati, con riduzioni di inquinanti in percentuali comprese tra il 30 e il 60%.

Niente sperimentazione in città, almeno per ora. Il no sarebbe arrivato dall’Ersaf, l’Ente regionale per i Servizi all’Agricoltura. E che già starebbe sperimentando la bonifica, lungo la Tangenziale Ovest, utilizzando piante arricchite da batteri, e in grado di digerire non solo il Pcb ma pure i metalli pesanti.

Questo uno dei motivi per cui la sperimentazione del funghetto affamato sarebbe stata rimandata. Oltre a motivazioni di tipo economico. Anche se Paolo Maggioni, amministratore della General Environment, punta il dito ancora sul fattore dei costi: “La nostra tecnica è molto più economica di altre – si legge ancora sul Corriere – e costerebbe 40 euro per ogni tonnellata di terra”.  

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