Mercoledì, 22 Settembre 2021
Cronaca Urago Mella / Via Torricella di Sopra

Trovata morta nel cassonetto, le minacce di morte su Facebook e i sospetti degli amici

L'autopsia ha confermato che Marta Baroni è morta per cause naturali.Nessun segno di violenza, nemmeno sulle braccia. Gli amici della giovane non hanno dubbi: qualcuno l'avrebbe buttata nel cassonetto

BRESCIA. L'autopsia ha confermato che il decesso di Marta Baroni è avvenuto per cause naturali. Ma per capire cosa abbia provocato la morte della 34enne bisogna attendere l'esito dell'esame tossicologico, pronto in una decina di giorni. Nella sua borsa, trovata accanto al cadavere nel cassone del verde di via Torricelle,  secondo quanto riportato dalle forze dell'ordine, ci sarebbero stati degli psicofarmaci. Alcuni conoscenti confermano: spesso la giovane assumeva tranquillanti. 

Nessun segno di violenza sul corpo - ridotto pelle e ossa - , nemmeno sulla braccia. Un dato, quest'ultimo, che per gli inquirenti renderebbe più difficile ritenere che qualcuno si sia disfato del corpo della 34enne, gettandolo nel cassonetto. In procura non sarebbe stato aperto nessun fascicolo per omicidio e non c'è nessun indagato.

Poco più di un mese fa Marta condivideva su Facebook le minacce ricevute - via whatsapp-  da un uomo che avrebbe rifiutato. Questo l'inquietante testo integrale: Schermata 2016-08-25 alle 19.39.43-3

Un post finito, ovviamente, sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti. Fatti gli approfondimenti del caso, i Carabinieri di Brescia hanno concluso che tali minacce non sono da considerare credibili e non devono quindi essere prese in considerazione. 

Le indagini comunque proseguono. Nella giornata di ieri tutti i conoscenti della giovane vittima sono stati ascoltati dai militari. Lunghi interrogatori per ricostruire le ultime ore di vita di Marta, che non dava sue notizie da tre giorni. Tra le persone ascoltate anche l'ex fidanzato che,  insieme alla madre della giovane, ne aveva denunciato la scomparsa.

Resta da capire come Marta sia finita nel cassonetto del verde. Indicazioni utili potrebbero arrivare dalle registrazioni delle telecamere di videosorveglianza, anche quelle al vaglio degli investigatori. 

Nei bar e sulle panchine del quartiere Abba, dove la 34enne fotografa viveva con la madre in un palazzo dell'Aler, non si parla che di questa vicenda.  Le persone che la conoscevano di vista la descrivono come una ragazza molto riservata e schiva. "Era una che si faceva gli affari suoi" dicono in coro  titolari e clienti dei bar del quartiere che la 34enne frequentava.

Unanime anche la richiesta di chi la conosceva, quasi una preghiera rivolta agli inquirenti: "Indagate a fondo, perchè Marta in quel cassonetto non ci è finita da sola. È impossibile, era troppo magra, le sue braccia erano scheletriche: non avrebbe mai avuto la forza necessaria per issarsi e poi buttarsi nel cassone".

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