Mercoledì, 22 Settembre 2021
Cronaca Desenzano del Garda

Brai&Bei vicini alla meta: un cavallo nero e un poligono nucleare

Tanti saluti al Kazakhstan, tra le infinite e silenziose tangenziali della steppa, la Natura che saluta i Brai&Bei sia in partenza che in arrivo. Ora è tempo di Russia, ultimo grande Paese prima del grande obiettivo

Una lunga tirata di oltre 1200 km per uscire dal Kazakhstan e avvicinarsi alla Madre Russia, ultima tappa prima del transfert finale, mentale e fisico, verso la Mongolia dell’arrivo, quella Ulan Bator che è meta unica di un viaggio che pare infinito. Nel buio delle aride tangenziali un cavallo nero che si mette in mezzo, una ferrovia senza treni, fino ad arrivare a “una città chiusa che equivale a una città cavia”, Semjei, ex poligono nucleare sovietico dove la radioattività è entrata davvero nelle ossa, di generazione in generazione. Tutto riparte, o forse no.

Per quanto mi trovi in un motel a ore in Kazakhstan, realizzo che le lenzuola degli alberghi, a differenza di saponi e bagnoschiuma, hanno sempre lo stesso odore di lavanderia industriale. Mi piace pensare che sia una cosa studiata a tavolino, per far sentire I viaggiatori  sempre nello stesso posto, per trasmettere un'artificiale sensazione di casa. E poi mi piace pensare anche che sotto queste lavanderie industriali vi sia un laboratorio di metanfetamine, ma questa e' un'altra storia frutto di suggestione da mass media. Fatto sta che qui non c'e' lavanderia che tenga, gli 8000 km che ci separano da casa si sentono centimetro per centimetro. L'indomani decidiamo di provare la tirata fino a Semej, 1200 km di steppa, in modo da esser poi pronti a invadere la Russia il prima possibile.

Il paesaggio e' illibato. Su quello che credo essere il rettilineo più lungo del mondo si perde la cognizione spazio temporale. A tratti piove, a tratti invece il sole e' addirittura fastidioso, le stagioni si susseguono a ritmo serrato come se stessimo percorrendo l'ascissa del tempo più velocemente del pianeta stesso, e con l'aggiunta delle buche. La radio diffonde Wir sind Allein e mi riporta a Berlino. Mai canzone fu più adatta.

Come da copione dal momento in cui la luna si aggiudica la meglio sul sole, la strada inizia a ribellarsi. Nella lista delle cose da evitare durante il Mongol Rally, secondo solo a violenze sessuali verso minori, c'erano gli spostamenti notturni in Kazakhstan. E il perchè risulta spaventosamente evidente quando sull'ennesimo infinito rettilineo, in assenza totale di illuminazione guard rail e punti di riferimento, un cavallo nero decide di attraversare la strada proprio mentre noi stiamo passando di lì intorno ai 70 km orari.

Tra tutti I pericoli possibili non avevo mai preso in considerazione la possibilità di terminare il nostro viaggio causa schianto con un cavallo. Ne' tantomeno la avevo annoverata tra le 100 morti più probabili prima della vecchiaia. Inchiodando in posizione riparo preimpatto, capiamo che forse stiamo sottovalutando la situazione.

Dalle 23 alle 4.30 del mattino passano circa 30 mucche,  20 macchine, altrettante case e 1 cartello stradale. I crateri nell'asfalto fanno invidia alla luna, unica testimone di questa descensio ad inferos,  e ci obbligano a non superare i 30 km orari per decine di km. Le deviazioni su sterrato causate dai lavori in corso son talmente lunghe da avere altre deviazioni al loro interno. A forza di deviare ci si scorda qual'e' la strada principale, un po' come chi a forza di mentire ricrea un proprio mondo dimentico della verità.

Come nei film western l'unico punto di riferimento e' la ferrovia,  che scorre come nelle canzoni di Guccini, senza paura di nulla e soprattutto senza treni. Le ruote posteriori si stanno inclinando verso l'esterno, come quei carretti dei cartoni animati, e le sospensioni sembrano aver smesso di sospenderci. Ogni buca che picchia sul retrotreno sembra di sentirla sui talloni: il molleggio si e' tramutato ormai in un vuoto d'aria improvviso, in una secca  turbolenza.

Come dei pellegrini intravediamo la nostra oasi all'alba delle 5: Semjei. Peccato che qui ad attenderci non vi siano giardini fioriti e sorgenti, ma una ex città chiusa sovietica, poligono nucleare, altra cosa da evitare secondo i consigli della Farnesina. Fino alla caduta dell'URSS qui l'accesso era interdetto agli stessi cittadini sovietici, se non muniti di un permesso speciale, in quanto l'intera area e' stata per anni una delle principale sedi dedicate agli esperimenti nucleari. Più di 400 testate sono esplose tra terra e atmosfera, per lo sfizio di Stalin che voleva studiarne l'effetto sulla popolazione. In sovietico città chiusa uguale città cavia. Le radioattività nella zona supera di 20 volte la soglia critica e come risultato, oltre a morti e mutazioni genetiche che si tramandano da generazioni, ad oggi circa il 10 per cento della popolazione e' affetta da un qualche tipo di tumore.

Alzo gli occhi, osservo la clientela del ristorante e penso che un cliente su dieci secondo statistica ha un cancro. Inutile dire che da vero  ipocondriaco alla terza riga di Wikipedia mi sento calvo e febbricitante. A Semej compriamo provviste per la Mongolia, carne in scatola nutella e paté di foie gras. Ahimè si rimane raffinati anche nel pericolo.

Non so se sia la suggestione data da Wikipedia, ma mi sembra che qui tutto stia cercando di ripartire, con scarsissimi risultati. I palloncini al parco e I giochi gonfiabili purtroppo non bastano. E' come se l'uranio arricchito avesse indirettamente impoverito gli abitanti, come se ogni scoppio nucleare avesse generato una collettiva pandemia di inettitudine. Stanno tutti scontando una pena per contrappasso, ma e' la pena di qualcun altro rimasta insoluta. Più che di impegno qui c'e' aria di sforzo.

Con le nostre provviste e col nostro piccolo carico di tristezza radioattiva all'alba muoviamo verso la Madre Russia. Tale e quale al nostro arrivo, anche qui a salutarci c'e' solo sua maestà la natura.

Appassionato testo di Andrea Trolese
in collaborazione con il team al completo
Alessandro Bocchio
Edoardo Maritano
Filippo Maritano

 

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