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Brai&Bei Mongol Rally, il viaggio continua: «L’Iran ci mette di buonumore»

Sono passati già dieci giorni, il viaggio dei Brai&Bei prosegue nel cuore dell'Iran, tra deserto e città, qualche imprevisto e circa 600 km al giorno. Teheran come un terremoto, le donne e la pizza. Circondati dalla natura

Sono passati già dieci giorni, e con una media di circa 600 km ogni 24 ore il viaggio dei Brai&Bei continua verso Est, verso la Mongolia, tra le desolate lande desertiche che accompagnano l’Iran, la sua Capitale che sembra un terremoto, “un gargantuesco labirinto di traffico e rumore”, fino ai paesi più piccoli dove tutti sono curiosi, e tutti sono ospitali. Si mangia una buona pizza, e a Damgan il 90% dei giovani può vantare diversi rapporti sessuali occasionali. Infine le donne, velate come di rito, e i loro occhi che sono più che mai "lo specchio dell’anima".

Lasciamo Zanjan e con essa un'altra maglietta Brai e Bei che il buon concierge si e' aggiudicato a pieno titolo. Il temporale della sera ha rinfrescato la Peggy, restituendole quell'ormai dimenticato blu metallizzato e rinfrescando le taniche di gasolio sul tetto. La tappa di oggi prevede l'arrivo a Shahrud passando per Teheran, i consueti e quotidiani 650 km, se non fosse che Teheran si dimostra essere un gargantuesco labirinto di traffico e  rumore. Sbagliamo lo svincolo e tutto ciò che volevamo evitare accade: siamo nell'epicentro di Teheran. Dico epicentro perchè più di una città sembra un vero e proprio  terremoto di moto, bus, taxi e pedoni. C'e' talmente tanta gente che il movimento di tutti sembra far tremare la terra. Mentre entriamo in città il grido degli AC/DC esplode dalle casse, nella macchina roteano svariate lattine di Red Bull finite e schiacciate con superbia. Mi viene in mente la cavalcata delle Valchirie che anticipa l'attacco aereo degli americani in Apocalypse Now e mentre rivivo quella scena, a fianco noi, a bordo di una Saipa bianca (punta di diamante dell'industria automobilistica iraniana) spunta un giovanissimo militare  che decide di accoglierci con  una vera e propria cerimonia di benvenuto, decisamente più gradita e ospitale rispetto a quella degli americani in Vietnam.

All'improvviso tra grida e sorrisi il giovane in mimetica  ci supera, si sposta di corsia, inchioda e al nostro passaggio parte sgommando per un centinaio di metri. Sul suo volto dallo specchietto riesco a  intravedere la sua espressione. E' pura e semplice empatia col mondo intero.

Rispetto a Istanbul la cosa bella di Teheran e' che pur avendo la sensazione di essere sempre in mezzo o fuoriposto, qui la gente apprezza e venera l'intralcio che stai creando. E' come se tutti capissero che come noi stiamo intralciando i loro incroci e le loro rotonde, l'insormontabile Teheran sta inconsapevolmente intralciando il nostro cammino. Ancora una volta empatia. E infatti in quel labirinto di caldo e scarichi di camion perdiamo più di due ore, decidendo cosi di  anticipare la nostra sosta per la notte da Shahrud a Doqman.

Usciamo da Teheran grazie a delle indicazioni in farsi e ad un disegnino di alcuni militari iraniani, che cosi si aggiudicano la prima maglietta di Balotelli, sommati alla provvidenziale guida dall'Italia del nostro Mose' di giornata, Riccardo, che  in diretta telefonica ci apre le acque di Teheran con l’aiuto di Google Maps.

Riprendendo la statale il deserto si infittisce e si espande. Come se si fosse acceso un gigantesco fon che porta l'aria a circa 40 gradi. Il verde e i  pascoli rimangono ormai un ricordo. Il paesaggio e' semplicemente maestoso, sicuramente questo e' ciò che Lord Byron e Mr. Shelley intendevano per  sublime durante le loro conversazioni alle pendici del Monte Bianco.

Il deserto e' strepitoso, perché ha la capacità di inglobarti con rispetto, ti fa capire che se mai dovesse esserci una sfida lui avrebbe indubbiamente la meglio, ma allo stesso tempo ti lascia aperta una lingua d'asfalto con chioschi d'acqua ai lati per poterne uscire. Gli inglesi direbbero che e' fair. A differenza nostra la natura e' incredibilmente e delicatamente rispettosa nei confronti dell'essere umano.

Le nuvolette spumose che  transitano per qualche secondo sulla superficie del sole, oltre a generare temporaneo sollievo dal fuoco che la stella madre sprigiona, proiettano sulla terra delle chiazze d'ombra trasformando l’arido deserto in una montagnoso tappeto di irregolari pois neri, come fossero macchie di terra bruciata frutto di fiamme illogicamente selettive. Passando con la macchina in queste zone d'ombra sembra di attraversare una galleria invisibile, magicamente  scavata tra un niente e un altro niente che sta solo  un po’ più in là.

Dopo una serie infinita di queste gallerie arriviamo a Damgan, piccola cittadina su un'altura nel bel mezzo del deserto. Nel fermarci a chiedere indicazioni per un hotel intorno a noi si genera un mulinello di curiosi, che nel vedere la macchina e scoprire che siamo Italiani diventano automaticamente seguaci. Il nostro arrivo parrebbe essere affare di Stato e cosi veniam scortati da questa folla di fedeli fino a uno dei due hotel presenti nella città. Come da copione e' ovviamente impossibile declinare l'invito a cena con conseguente tour del paese. Contro ogni logica ma spinti dall'irrazionale fame che solo il Ramadan riesce a generare in noi infedeli, mangiamo una pizza (che loro definiscono iraniana), e mangiando scopriamo che 9 ragazzi su 10 in Iran bevono alcolici e hanno rapporti sessuali occasionali. Comincio a credere che stiano meglio di noi, sono abbastanza sicuro che  in Italia la percentuale sia decisamente inferiore, almeno per quanto riguarda i rapporti sessuali occasionali.

Mentre passeggiamo il nostro amico Amirnezam ci presenta ogni singolo passante e bottegaio della zona tra foto strette di mano e gelati artigianali dall’improbabile origine. La serata si conclude con una visita alla moschea, l'orgoglio e la fede di questo ragazzo mi genera un pizzico d'invidia. La mattina seguente partiamo alla volta di Mashhad, dove la continuazione del nostro viaggio dipende esclusivamente dal buon Vali. A quanto pare l Iran mette di buonumore anche la Peggy che nei 600 km di deserto che separano le due tappe si comporta da Formula 1, nonostante quel suo occhiolino sempre acceso sul tachimetro.

Da tanto si comporta bene decidiamo di regalarle  un servizio fotografico da vera modella su una duna rocciosa che troviamo lungo il tragitto. La radio suona ad alto volume per compensare il percuotere  dell'aria che entra dai finestrini, rendendo ogni conversazione una svilente sfida a chi urla di più. Realizzo che nessun deserto al mondo dovrebbe essere attraversato senza le note dei Creedence Clearwater Revival.

Superando le decine di Saipa e Peugeot familiari, dai finestrini dei sedili posteriori fanno capolino I volti delle giovani ragazze iraniane in viaggio con la famiglia per chi sa dove. In loro c'e' un incantevole senso del proibito, c'e' la curiosità dello scoprire, uno scoprire che e' fisico e celato dal velo che invano  prova a renderle tutte uguali. In loro c'e' una primordiale aria virginale. Il racconto dei 9 ragazzi su 10 un po' ha sfatato questo mito devo ammetterlo, eppure se e' vero che gli occhi sono lo specchio dell'anima, gli occhi della donna iraniana ne sono l'unica e concentrata estensione visibile.

Appassionato testo di Andrea Trolese
in collaborazione con il team al completo
Alessandro Bocchio
Filippo Maritano
Edoardo Maritano
            
      
            
      
      
      
      
      
            
   
 
      

    
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