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L'olocausto senza fine: dopo Auschwitz, portiamo gli studenti a Lampedusa

Lunedì è stata celebrata la "Giornata della Memoria e dell'Accoglienza", istituita nel marzo 2016 in ricordo della tragedia del 3 ottobre 2013, quando – in un naufragio al largo dell'isola di Lampedusa – persero la vita 368 persone: uomini, donne e bambini che cercavano disperatamente di raggiungere la fortezza Europa.

Servirsi della parola "accoglienza" quando si tratta il tema delle migrazioni, in Italia assume contorni grotteschi se non sinistri. Basti pensare che, nel corso della campagna elettorale, la prossima premier ha invocato blocchi navali per fermare gli sbarchi, una misura inammissibile (oltre che disumana) secondo lo Statuto delle Nazioni Unite, in quanto attuabile solo in caso di conflitti armati o di sicurezza internazionale; ma il 26% degli italiani, tra i pochi andati alle urne, la pensano probabilmente come lei. E l'hanno votata.

Da quel tragico 3 ottobre 2013 sono trascorsi 9 anni e 7 giornate della memoria e, secondo i dati dell'UNHCR, altri 24.400 migranti sono morti o risultano dispersi nelle acque del Mediterraneo, sempre più un mare di sangue tramutato in muraglia a difesa del nostro benessere.
Le giornate della memoria servono soprattutto a lavarsi la coscienza. Un paio di lacrime istituzionali non danno voce ai sommersi, perché voce più non possono avere, né tantomeno ai salvati, rinchiusi in qualche moderno lager o subito dimenticati. Il tempo di una corona di fiori appassita (forse nemmeno quello) e i telegiornali possono tornare a parlare dell'addio al tennis di Federer per un paio di settimane ancora.
 
Visto che stiamo diventando un popolo sempre più razzista e spietato (le ultime elezioni lo certificano), sia allora la scuola a invertire questa deriva. Ci sono luoghi che non lasciano indifferenti, ma scuotono l'animo umano, ridestandolo: penso ad Auschwitz o ai 186 gradini della cava di Mauthausen, ai tanti campi di concentramento rimasti a testimoniare la folle ideologia nazista e il genocidio ebraico. In questi "ground zero" del dolore e della memoria, ogni anno vengono accompagnati dai professori migliaia di studenti, affinché vedano con i lori occhi, sentano sulla loro pelle l'inumano crimine della Shoah. Ma c'è un altro olocausto che continua tutt'oggi e che non vogliamo guardare: sono quei 24.400 migranti morti negli ultimi 9 anni, quelle 7 persone annegate ogni giorno da quel maledetto 3 ottobre 2013.

Per arginare la marea razzista (dei loro padri) e dare speranza al futuro, portiamo i ragazzi a visitare l'isola di Lampedusa, i relitti delle imbarcazioni coi vestiti e gli affetti personali rimasti all'interno, la "Porta d'Europa" di Mimmo Paladino e il memoriale realizzato da Vito Fiorino, il falegname-pescatore che, insieme all'equipaggio della sua "Gamar", salvò 47 superstiti della tragedia del 2013. Portiamoli a vedere il Mediterraneo da quelle coste di roccia calcarea: da lì si vede l'Africa, la Libia e la Tunisia, quest'ultima distante come un viaggio Genova-Milano. Quei ragazzi capiranno che il Mediterraneo non è un oceano, ma un piccolo mare comune. Un mare che non è "nostrum" ma di tutti, un mare che avvicina e congiunge, legando storicamente e culturalmente il destino di tanti popoli. A separarci c'è solo una piccola striscia di blu: basta allungare una mano per salvare una vita, per riscoprirci umani e fratelli.

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