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Michela Murgia, quando l'annuncio della fine celebra la vita

Ha fatto molto dibattere, ma soprattutto riflettere, l'intervista rilasciata da Michela Murgia ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, nel corso della quale ha annunciato di avere un carcinoma renale al quarto stadio, dal quale "non si torna indietro". Nessuna speranza di guarire: non potendo sradicare la malattia, già in metastasi in diversi organi, la scrittrice si sta curando con un'immunoterapia a base di biofarmaci, che stimola la risposta del sistema immunitario per guadagnare tempo. No a operazioni chirurgiche o a chemioterapie, no a un inutile calvario quando il finale è già scritto. La vita, la sua vita, vuole rimanga tale fino alla fine. Chi ha avuto un familiare malato di cancro, sa cosa vuol dire sottoporsi a certe terapie. Ma ha senso sopravvivere senza essere più in grado di vivere? E per quanto, e a che prezzo? Che cos'è che rende una vita vivibile? Una manciata di mesi non cambia la storia di quello che è già stato, né, purtroppo, di quello che sarà.

Murgia ha poi criticato il linguaggio bellico nel quale si ritrovano avviluppati, loro malgrado, i malati di cancro. Si parla sempre di lotta o di battaglia, ma "la guerra – dice – presuppone sconfitti e vincitori; io conosco già la fine della storia, ma non mi sento una perdente". Forse, anche questo fa parte del delirio da prestazione della nostra società, che non risparmia nemmeno i malati. Ma non può esserci fallimento nella morte, figuriamoci nella malattia che la precede. Per quanto mi riguarda, non c'è fallimento neppure nella vita. Ci sono stadi, tappe più o meno forzate, crisi e momenti di grazia, un fiume ininterrotto di gioia e di tristezza, piacere, lacrime e tenerezza, del quale la malattia è solo una parte, più o meno grande. Che dopo non ci sia più niente, è pura contingenza: "La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto", scriveva il poeta. "Mai nessuno s'è smarrito".

La malattia ci scopre vulnerabili, ma non soli. E, forse, è proprio la nostra vulnerabilità che ci rende da sempre parte di una comunità, di una rete di relazioni affettive. La malattia allora non scopre, ma rivela ciò che da sempre è: solo schiudendosi l'uno all'altro, corpi e anime vanno oltre la loro finitezza, trovando nell'interdipendenza il senso di essere in vita. La morte, allora, non sarà mai la morte di una singolarità: "In questo tempo ho avuto modo di preparare tutto. Scrivere un alfabeto dell'addio. Predisporre un percorso collettivo", racconta ancora la scrittrice. Ha comprato casa, una casa grande con dieci posti letto, dove vuole stare insieme alle persone che ama, che sono la sua vera famiglia, la quale non è mai data dai legami di sangue, ma dai legami d'amore: "Hai bisogno di tempo per abituare te stessa e le persone a te vicine al transito – continua –. Un tempo per pensare come salutare chi ami, e come vorresti che ti salutasse. Io non sono sola". 

Tanti filosofi sostengono che sia la morte a dar senso alla vita: è in fondo Lei quella che ci rende tutti degli esseri mortali. Parlando in astratto, è una definizione perfetta per enciclopedia e vocabolari. Nella vita e nella storia particolare di ogni persona, è però vero il contrario: "Ho cinquant'anni, ma ho vissuto dieci vite – racconta la scrittrice –. Ho fatto cose che la stragrande maggioranza delle persone non fa in una vita intera. Cose che non sapevo neppure di desiderare. Ho ricordi preziosi". Ecco, sono quei ricordi, quelle dieci vite vissute, che daranno il senso alla sua morte (sperando sia il più lontano possibile). E quando arriverà la curva della strada, nei libri che ha scritto, negli insegnamenti che ci ha lasciato, è lì che poi sarà per sempre Michela Murgia. 

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