Lunedì, 20 Settembre 2021
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Dove partorire in Lombardia? Il Civile al nono posto in Italia

Il Civile di Brescia è tra i 10 ospedali d'Italia per volume di nascite: la struttura cittadina rispetta anche le indicazioni ministeriali per il numero di parti cesarei

Il Civile di Brescia è tra i dieci ospedali d'Italia per volume di nascite: lo rivela doveecomemicuro.it, portale di public reporting delle strutture sanitarie italiane che ha realizzato un'indagine sugli ospedali italiani più performanti per numero di parti. L'alto volume di attività, infatti, si traduce in maggiori garanzie di sicurezza per mamme e bambini: “L'esperienza conta anche nei reparti di maternità – si legge in una nota di doveecomemicuro.it – Un alto numero di parti eseguiti in un anno si traduce in maggiori garanzie per mamme e bambini: è bene tenerne conto, al momento di scegliere l'ospedale”.

In tutta Italia, gli ospedali pubblici o privati accreditati che eseguono almeno 10 parti all'anno sono 445: la fonte dei dati è il PNE 2018 di Agenas, riferito all'anno 2017. Di questi 445, pubblici o privati accreditati, solo 172 (il 38,7% del totale) superano i 1.000 parti annui, la cosiddetta “soglia ministeriale”: il 43% si trova al Nord, il 20,3% al Centro e il 36,6% al Sud. Sono invece 184 le strutture pubbliche o private che eseguono tra i 500 e i 1.000 parti l'anno (il 41,3% del totale).

Partorire in Lombardia

In Lombardia le strutture pubbliche o private accreditate che effettuano parti sono 66: il 43,9% rispetta il valore di riferimento, fissato a 1.000 parti, mentre il 13,6% non rispetta il valore minimo di 500 parti all'anno. A livello nazionale è l'Ospedale Sant'Anna – Città della Salute e della Scienza di Torino il primo in Italia per numero di bambini nati: tra gli ospedali lombardi presenti nella top ten nazionale si segnalano l'Ospedale Maggiore Policlinico Clinica Mangiagalli di Milano, al secondo posto in Italia per volume di parti, l'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo al quarto posto, il Presidio Ospedaliero Spedali Civili di Brescia al nono posto, l'Ospedale dei Bambini Vittore Buozzi Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano al decimo.

Parti vaginali e parti con taglio cesareo

Sia il Giovanni XXIII di Bergamo che il Fatebenefratelli di Milano, e poi l'Ospedale Filippo del Ponte di Varese e il Civile di Brescia, rispettano la soglia per quanto riguarda la percentuale di tagli cesarei primari, che devono mantenersi inferiori o uguali al 25%. Fanno tutti parte della top cinque lombarda per volume di parti (a cui si aggiunge la Clinica Mangiagalli di Milano). “Rispetto al parto vaginale – spiega Elena Azzolini, medico specialista in Sanità pubblica e membro del Comitato scientifico di doveecomemicuro.it – il parto con taglio cesareo comporta maggiori rischi per la donna e per il bambino, motivo per cui dovrebbe essere effettuato solo in presenza di indicazioni materne o fetali specifiche”.

Il dato nazionale tra Nord e Sud

A livello nazionale, dei 172 ospedali pubblici o privati che effettuano più di 1.000 parti l'anno, 107 (il 62,2%) vantano anche una percentuale di tagli cesarei inferiore al 25%, come indicato dalle autorità ministeriali: il 63,5% si trova al Nord, il 20,6% al Centro e solo il 15,9% al Sud. “Anche in questo caso – dice ancora Azzolini – la percentuale di strutture in linea con i parametri fissati dal Ministero è salita dal 58% del 2016 al 62,2% del 2017: questo significa che, seppur lentamente, siamo sulla buona strada”.

Delle 184 strutture pubbliche o private accreditate che eseguono invece tra i 500 e i 1.000 parti l'anno, solo 26 ospedali (il 14,2%) hanno un tasso di tagli cesarei inferiore al 25%: l'84,6% si trova al Nord, il 7,7% al Centro e il 7,7% al Sud. Sebbene l'Italia sia tra i Paesi che effettuano più cesarei in Europa, negli ultimi anni si è assistito a un costante miglioramento della situazione: dal dato medio nazionale del 29% del 2010 si è passati, infatti, al 23,3% del 2017 (anno in cui si stima che a oltre 17mila donne è stato risparmiato un taglio cesareo primario). Nell'ultimo anno di valutazione la percentuale è scesa ulteriormente: nel 2016, infatti, la media nazionale si attestava al 24,5%. Rimangono, però, importanti differenze all'interno di ogni singola regione.

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