Coronavirus: i primi dati sulla sperimentazione del plasma iperimmune

Risultati positivi dalla prima sperimentazione di plasma iperimmune su 46 pazienti di Mantova e Pavia: in Lombardia si lavora alla “banca” del plasma

Il titolo scientifico del progetto di per se è già abbastanza chiaro: “Plasma da donatori della malattia da nuovo Coronavirus (Covid-19) come terapia per i pazienti critici affetti da Covid-19”. Al di là delle fastidiose fake news, che creano solo confusione, Regione Lombardia ha reso noti in questi giorni i primi risultati della sperimentazione clinica, in vista di una pubblicazione ad hoc che sarà disponibile a breve. La sperimentazione verrà presto estesa anche ad altri ospedali lombardi, tra cui il Civile di Brescia.

Si tratta, nello specifico, di uno studio pilota che ad oggi ha coinvolto un campione di 46 pazienti, l'ultimo una manciata di giorni fa: tutti tra Mantova e Pavia più un paziente arrivato da fuori regione, da Novara. Di questi 7 erano intubati, tutti avevano necessità di ossigeno, nessuno di loro in età avanzata.

I primi risultati dello studio pilota

“Questi studi – spiega il professor Raffaele Bruno, direttore di Malattie infettive al Policlinico San Matteo di Pavia – si fanno su un numero di pazienti limitato. Sono studi pilota, appunto, servono a testare un'idea, capire se si può operare in sicurezza. Il nostro obiettivo era quello di verificare l'efficacia del plasma: confermata l'idea si può passare a studi con numeri superiori”. Criteri di selezione dei pazienti era che avessero più di 18 anni, il tampone positivo, distress respiratorio in corso, una radiografia al torace positiva che mostrasse la polmonite interstiziale bilaterale e avessero caratteristiche respiratorie tali da far preoccupare sulle loro condizioni. 

I primi risultati sono ottimi. “Quanto sperimentato – riferisce il professor Fausto Baldanti, virologo al San Matteo – ha dimostrato che utilizzando questa tecnica la mortalità in terapia intensiva si è ridotta al 6 per cento, quando prima era tra il 13 e il 20 per cento. In altre parole, da un decesso atteso ogni 6 pazienti si è verificato un decesso ogni 16. Contemporaneamente abbiamo constatato che i parametri erano in miglioramento al termine della prima settimana, così come la polmonite bilaterale, calata in maniera drastica”.

La sperimentazione con il plasma

La sperimentazione lombarda segue le prime (e riuscite) sperimentazioni asiatiche, soprattutto in Cina. E' una strategia che si basa su una lunga tradizione, già utilizzata fin dall'inizio del secolo scorso (anche per l'influenza spagnola) e che ha riottenuto un crescete interesse nelle terapie di altre sindromi respiratorie come la Mers, la Sars e l'influenza aviaria (H1N1 e H5N1). 

In base a quanto evidenziato ad oggi dalla letteratura scientifica, l'uso di plasma da donatori convalescenti potrebbe avere un ruolo terapeutico, senza gravi eventi avversi nei pazienti critici affetti da Covid-19: “La possibilità di disporre di donatori locali – spiega Carlo Nicora, direttore generale del San Matteo – offre il valore aggiunto di dare una immunità specifica acquisita contro l'agente infettivo proprio del ceppo locale, oltre alla possibilità di raccogliere il plasma mediante procedura di plasmaferesi con rapidità ed efficacia, mettendolo immediatamente a disposizione del paziente che ne abbia necessità”.

Le varie tappe del percorso terapeutico

Queste alcune delle principali tappe del percorso di studio terapeutico. La prima domanda alla quale i ricercatori sono stati chiamati a rispondere era relativa a quali e quanti potevano essere gli anticorpi per Covid-19 presenti nel plasma dei guariti; la seconda, invece, riguardava gli effetti pratici del trasferimento passivo degli anticorpi neutralizzati sulla situazione clinica del paziente.

“Prendendo il siero di pazienti che hanno superato l'infezione, a due settimane dal primo caso, e aggiungendolo a colture cellulari – dice ancora il virologo Baldanti – abbiamo visto che il virus si fermava. Quindi c'erano anticorpi neutralizzanti, ma bisognava sapere quanti erano presenti”. L'altro elemento da chiarire era fino a che punto la diluizione del siero manteneva la sua efficacia contro il virus: il risultato ottenuto ha accertato che il rapporto è 1 a 640, cioè diluendo 640 volte il plasma di un paziente, questo riesce a uccidere il virus.

Come si ottiene il plasma

Ma come si ottiene il plasma dei guariti? “Una volta stabilito il plasma da raccogliere – conclude Cesare Perotti, il direttore del servizio di Immunoematologia del Policlinico di Pavia – bisogna raccoglierlo bene, in sicurezza e in modo rapido”. Per fare tutto questo servono i separatori cellulari, apparecchiature in funzione in almeno 36 centri in Lombardia. 

“Il percorso – continua – Perotti – è un percorso di triage, quindi comporta un lavoro di rintracciamento del soggetto e arruolamento con visita medica accurata. Dal paziente convalescente, in circa 35-40 minuti, si riesce a ottenere una quantità di plasma standardizzato di circa 600 ml: la quantità ottimale da infondere è circa 300 ml, quindi da un solo paziente si ottengono due dosi di plasma per le cure”.

La banca lombarda del plasma iperimmune

In vista dei buoni risultati delle cure, è stata già annunciata la costituzione di una “banca” del plasma iperimmune: sarà ancora il Policlinico di Pavia a definire il protocollo per la donazione, poi successivamente inizierà la raccolta del sangue e del plasma. I primi a essere contattati dalle Ats saranno i guariti, a quel punto Avis inizierà la raccolta a partire dalle aree più colpite della Lombardia. L'idea è quella di estendere la sperimentazione su un numero significativo di malati, in modo da provare il plasma come strumento di cura. 

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