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Giovanni Pizzocolo

Giornalista Brescia

In mezzo ai cadaveri dei bambini, parla il Ministro della Disumanità

La sala è ancora vuota, manca un’ora all’arrivo del Ministro. Davanti alle sedie riservate alla stampa, c’è un lungo tavolo, coperto da un drappo blu che, nella brezza spirante dalla finestra, si muove lento come mare in bonaccia. Un tecnico inizia a sistemare i microfoni di radio e televisioni, cercando di mettere in vista il marchio delle emittenti amiche. Iniziano ad arrivare i primi giornalisti: si salutano, si conoscono tutti. Prendono posto in ordine sparso.

Ormai mancano pochi minuti all'inizio della conferenza. Da una porta laterale entrano quattro infermieri, spingendo altrettanti carrelli d’obitorio, sui quali sono posati i cadaveri di quattordici bambini. Cercando di non far rumore, iniziano a posizionarli a lato dei microfoni, ben allineati. C’è chi ha le palpebre ancora aperte, chi i capelli incollati alla fronte; piccoli riccioli neri. Sulla loro pelle brillano cristalli di sale marino; non sono stati lavati. I giornalisti osservano, non sembrano sorpresi.

Arriva il Ministro, prende posto in mezzo ai cadaveri: ne ha sette alla sua destra, sette alla sua sinistra; l'ordine è rispettato. C’è del brusio di fondo, tossisce per chiedere un po’ di silenzio; irritato, batte una mano sul tavolo, facendo cadere a terra il corpo di un bambino. Un tonfo sordo, ma non abbassa lo sguardo: “Fermezza e nessun compatimento”, pensa dentro di sé. Adesso c’è silenzio, l’attenzione è tutta per lui, finalmente può parlare: “C'è una vocazione alle partenze, sostenuta da un coro generale di consenso. L’unica cosa che va affermata è che non devono partire. La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”, esclama con voce sicura. Una breve pausa, guarda un punto imprecisato sul muro di fondo. Poi chiede: “Nessuna domanda?” No? Bene, il mio compito qui è finito”: con fare deciso si alza e, a passo d’oca, si dirige verso la porta da cui è venuto. I giornalisti iniziano a scrivere sui tablet le sue dichiarazioni; tra di loro, c’è chi ha testa di avvoltoio. Finito il lavoro che li sfama, scendono insieme al caffè del corso; c’è tempo per un aperitivo.

La sala è ora deserta. La sala è un deserto. Dalla finestra echeggia un grido accorato di gabbiano, sul drappo blu sono rimasti i piccoli cadaveri. I loro volti iniziano a disgregarsi: scompaiono gli occhi, i nasi, le bocche, la pelle si tramuta in bianca calcite di conchiglia. Nel frattempo, cominciano a uscire i primi lanci di agenzia: “Così ha parlato il Ministro della Disumanità”.
 

Si tratta, naturalmente, di un articolo in forma di incubo letterario, con riferimento al naufragio di Cutro. Gli unici dati reali sono il numero dei bambini morti e le dichiarazioni del Ministro degli Interni Piantedosi (rilasciate quando ancora si cercavano i cadaveri in mare), talmente prive di umanità ed empatia da non sfigurare nella più macabra delle fantasie.
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In mezzo ai cadaveri dei bambini, parla il Ministro della Disumanità

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