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Carlo Mosca

Carlo Mosca

Due farmaci che tolgono il respiro: così il primario avrebbe ucciso i suoi pazienti

In gergo tecnico sono noti come “curari”: sono i farmaci anestetici che Carlo Mosca avrebbe utilizzato per uccidere i suoi pazienti

Tutti hanno sentito parlare del curaro come veleno: ma non tutti sanno che il suo principio attivo, anche in forma sintetica, è da tempo utilizzato in medicina per anestesia, intubazione, interventi chirurgici. Anche i farmaci impiegati dal dottor Carlo Mosca, il primario di Montichiari arrestato con l'accusa di omicidio volontario e falso, fanno parte della categoria dei “curari”. Nello specifico si tratta di Succinilcolina, che appunto è un curaro, e del Propofol, un anestetico, che diventano letali se non supportati da preciso intervento medico (in questo caso, l'intubazione e la ventilazione meccanica).

La Succinilcolina

La Succinilcolina, si legge sull'enciclopedia medica di Humanitas, viene impiegata in anestesia per facilitare l'intubazione endotracheale, la ventilazione meccanica e una vasta gamma di manovre chirurgiche. E' un bloccante neuromuscolare miorilassante: i composti depolarizzanti interrompono la trasmissione neuromuscolare producendo una parziale depolarizzazione delle placche motorie dei muscoli scheletrici, che rende i tessuti incapaci di rispondere al neurotrasmettitore acetilcolina.

Tradotto: permette un rapido ma profondo rilassamento muscolare, così da consentire interventi – tra cui l'intubazione tracheale – che necessitano di pochi minuti (a tanto ammonta la durata dell'effetto del farmaco). Se in questi minuti, però, non si interviene sul paziente, si rischia la morte per soffocamento (il degente infatti non è più in grado di respirare in autonomia) e successivo arresto cardiocircolatorio. 

Il Propofol

Il Propofol è un farmaco anestetico, considerato anche agente ipnotico: anche questo ha una breve durata d'azione, viene somministrato per via endovenosa con effetti di sedazione profonda. Come per la Succinilcolina, deve essere utilizzato in funzione di un intervento successivo, vedi intubazione: la sola somministrazione porterebbe infatti all'apnea, con rischio di morte per soffocamento e arresto cardiocircolatorio.

La storia del curaro

La storia medica dei curari si perde nei secoli: i primi usi risalirebbero addirittura al XVII secolo. “La storia del curaro, poco conosciuta al di fuori della comunità scientifica – si legge ne Il curaro degli Indios dell'Amazzonia da veleno a farmaco, quaderno dell'Istituto superiore di Sanità – rappresenta un esempio di come un farmaco, oggi largamente usato nell'anestesia chirurgica, possa avere origine da una sostanza organica naturale e di come le sue potenzialità siano state suggerite dall'utilizzo che ne facevano fin dall'epoca precolombiana le popolazioni indigene della foresta amazzonica”.

Il curaro, infatti, è un veleno di origine vegetale che a contatto con il sangue uccide per paralisi respiratoria e degli arti: veniva utilizzato dagli Indios per le attività di caccia, applicandolo su piccole frecce da lanciare con lunghe cerbottane, o su trappole per gli animali. “Un veleno per la caccia capace di uccidere la selvaggina paralizzandola”, scriveva Giovanni Battista Marini Bettolo. “L'interesse che ha assunto il curaro nel nostro tempo – si legge ancora nel quaderno dell'ISS – non è legato alla sua importanza etnografica, ma alle particolarissime proprietà farmacologiche di questo preparato, che ha dapprima trovato impiego nella terapia del tetano, ma che soprattutto ha rivoluzionato le tecniche dell'anestesia chirurgica”.

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