Del Bono chiede la zona arancione per Brescia, la Lega lo attacca: o tutti o nessuno

L'attacco diretto di Davide Caparini, assessore al Bilancio della Regione. Ma anche il governatore Fontana non ci sta: "Tutte le province passino in arancione"

Il governatore Fontana

Lega Nord all'attacco del sindaco di Brescia Emilio Del Bono, colpevole – a detta del partito di Salvini – di aver chiesto una zona arancione per le sole province della Lombardia orientale (tra cui c'è anche quella bresciana), dove la seconda ondata ha colpito in modo meno violento rispetto alla zona di Milano, Monza e Varese.

Così l'assessore al Bilancio della Regione Lombardia, Davide Caparini: "Del Bono conosce bene il provvedimento del suo Ministro (è anche il suo, in realtà, visto che lui pure abita in Italia ndr)". "Prevede – continua Caparini – altre due settimane in zona rossa per confermare il trend epidemiologico in miglioramento. Da profondo conoscitore della situazione sanitaria della sua provincia, sa bene che oggi non ci sarebbero le condizioni di allentare le misure, visto che l'indice di riproducibilità del virus Rt a Brescia è superiore di quello di Milano". 

L'indice di trasmissibilità in provincia di Brescia è già sotto quota 1, quindi da "zona arancione". Ma, Caparini certamente lo sa ma evita di dirlo, non è l'unico fattore che viene considerato per il passaggio da una zona all'altra. Tra i diversi parametri, c'è anche quello sulla pressione degli ospedali e, in quelli bresciani, sono ospitati oltre 500 malati provenienti dalle altre province. La pressione viene quindi da fuori: una solidarietà doverosa, ma comunque un dato da tenere in considerazione per decidere le misure restrittive. 

La linea di Caparini è quella di tutta la Lega. Anche il governatore Fontana è contrario a regole differenziate tra le province. La sua richiesta al governo è che l'intera regione passi a zona arancione. Eppure, giovedì, nella Città metropolitana di Milano si sono registrati 2.928 nuovi positivi, praticamente la metà di tutti quelli lombardi (7.453). Pensare di allentare i divieti in quel territorio, tra l'altro ad alta densità abitativa, è davvero da incoscienti. 

Il rischio della linea leghista, o tutti o nessuno, è che il capoluogo meneghino si trascini nelle restrizioni anche zone dove il virus è meno cruento. E' però irrealistico voler comparare l'attuale disastro di Milano alla situazione nel Bresciano: giusto e doveroso (ci mancherebbe) usare ogni singolo letto d'ospedale disponibile – il comune di residenza di un malato non ha alcuna importanza –, non ha davvero senso applicare misure uguali per tutti. La discussione sembra aver preso i toni di una competizione a tratti infantile, "se Brescia allora anche Milano". Qui, però, la posta in gioco è un'altra: si tratta di gestire al meglio un'epidemia che in Lombardia ha già fatto 20mila morti, tutelando le libertà dei cittadini alla luce di dati scientifici.
Non è questo il momento di scadere in ridicole diatribe territoriali o di parito. La situazione è grave: per una volta, facciamo in modo che resti anche seria.

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