Coronavirus: "Vogliamo verità e giustizia", le testimonianze diventano denunce

Il comitato 'Noi denunceremo', che raccoglie i familiari dei deceduti per Coronavirus, è nato a maggio. Il gruppo Facebook, che esiste da marzo, ha già 55mila iscritti e alcune delle testimonianze raccolte si sono già trasformate in esposti da presentare in procura

Cimitero Vantiniano: si scava per seppellire i morti degli ultimi mesi © Bresciatoday.it

Non è assolutamente una crociata contro medici e infermieri o contro il sistema sanitario, e nemmeno un modo per ottenere risarcimenti milionari. Ma il tentativo - legittimo e comprensibile - di fare luce sulla molteplici carenze nella  gestione dell'epidemia di Coronavirus, soprattutto in Lombardia.

"Verità e giustizia" per le migliaia di vittime degli ultimi tre mesi. Questo chiedono a gran voce le persone riunite nel gruppo Facebook "Noi denunceremo", nato lo scorso 22 marzo per iniziativa del commercialista bergamasco Luca Fusco e del figlio Stefano, dopo la scomparsa rispettivamente del padre e del nonno a causa del Covid.  

Il gruppo, attualmente, conta 55mila iscritti e raccoglie centinaia e centinaia di testimonianze di coloro che hanno visto madri, padri, fratelli e pure figli morire in pochi giorni a causa del Coronavirus. Storie strazianti che fotografano i limiti e il collasso del sistema nella gestione dell'epidemia, soprattutto a Brescia e a Bergamo, e che in alcuni casi si tramuteranno in esposti alle procure delle varie città da cui arrivano.

Il gruppo ha infatti dato vita al comitato no profit "Noi Denunceremo - Verità e giustizia per le vittime Covid-19" il cui scopo è, appunto, quello di essere un canale attraverso il quale si potrà agire in giudizio. Numerosi avvocati si sono  messi a disposizione - gratuitamente - per fornire la loro preziosa consulenza, vagliare una ad una le numerose testimonianze e capire quali possano poi tramutarsi in denunce da sottoporre ai pm, i quali hanno già avviato diversi filoni d'inchiesta sulla gestione della pandemia. 
  
Lo scopo: non dimenticare le migliaia di vittime, ma anche fare piena luce sulle eventuali responsabilità delle istituzioni, ma senza intentare alcuna causa ai medici e agli operatori sanitari: "Le responsabilità noi possiamo solo ipotizzarle, ma credo che partono dai sindaci dei comuni bresciani e bergamaschi più colpiti che, quando l'esistenza e la diffusione del Coronavirus in Lombardia era già un fatto acclarato, hanno perso tempo e non hanno immediatamente adottato misure severe per contenere i contagi, e ricadano poi a cascata sulla Regione dove ci sono dei dilettanti allo sbaraglio: Gallera e Fontana sembrano i concorrenti del programma televisivo 'La Corrida' - esordisce Luca Fusco, presidente del comitato- . In Lombardia abbiamo assistito a numerose follie e Confindustria non ha certo dato una mano pressando per non far chiudere le aziende. A Brescia e a Bergamo buona parte delle industrie ha lavorato anche durante il lockdown. Noi vogliamo anche capire chi ha impedito la creazione della zona rossa in Valseriana: la notte tra il 5 e il 6 marzo era tutto pronto, vedevamo i soldati già schierati sulle strade, ma la mattina seguente non è accaduto nulla. Perché? Da chi è partito l'ordine di annullare una misura severa ma necessaria che avrebbe salvato anche Brescia. Non dimentichiamoci degli stretti rapporti tra il distretto del tondino bresciano e le aziende della Valseriana che poi lo trattano."

Non solo le voci dei cittadini. Il comitato si prefigge anche di raccogliere le preziose testimonianze di medici e infermieri: "Erano al fronte senza avere le armi, anche loro sono vittime e stiamo cercando di portare queste categorie all'interno del comitato - spiega il presidente del comitato -. Vogliamo andare in fondo perché questa strage non venga dimenticata, dare degli input alla magistratura per ottenere risposte concrete".

L'obiettivo, ambizioso, è quello di trasformare le storie delle famiglie che hanno subìto anche più di un lutto a causa del Covid in denunce che possano essere utili ai pm, ma anche di permettere ai familiari delle vittime di costituirsi parte civile negli eventuali processi che nasceranno dalle inchieste in corso. 

Più facile a dirsi che a farsi, come ci spiega Guido Gardin, l'avvocato di Palazzolo sull'Oglio che sta vagliando le storie che arrivano dalla nostra Provincia per conto del comitato. "Ne ho ricevute e analizzate una ventina e solo 10 di esse le ritengo affidabili e possono essere tramutate in una denuncia da presentare poi in procura - ci racconta - .Il problema riguarda la difficoltà che spesso incontro nell'incrociare le testimonianze con elementi fattuali precisi: nomi, cognomi, date ed eventi specifici. Senza queste evidenze non si può presentare nulla ai pm. Vogliamo supportare le persone a far presente alla magistratura cosa è accaduto e fare in modo che le loro denuncie abbiano la forma migliore possibile. Più avanti ognuno sceglierà il legale che preferisce. Ma noi avvocati dobbiamo agire con la massima cautela, prudenza e obiettività possibili, perché ci sono molte vicende dai contorni non ancor ben delineati che diventerebbe inappropriato presentare. È chiaro che i parenti delle vittime sono arrabbiati e addolorati: spetta a noi essere obiettivi e capire se e quando la rabbia e il dolore possono trasformarsi in un'azione civile o penale. Quello che emergerà sarà solo la punta dell'iceberg, perché saranno poche le  persone che andranno in fondo, ma quelle che lo faranno devono avere il miglior aiuto possibile."

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Anche l'avvocato fa parte del 'popolo' dei dimenticati delle autorità sanitarie: "Mia madre ha avuto il Covid, i sintomi della patologia erano incontestabili, tanto è vero che l'abbiamo curata a casa con l'ossigeno, grazie al prezioso aiuto del medico di base. Lei non è mai stata sottoposta al tampone, e noi familiari faremo i test sierologici privatamente per capire se l'abbiamo avuto o meno. L'aspetto agghiacciante è proprio il buco nero nella rilevazione dei dati: ci sono migliaia e migliaia di casi mai finiti nei bollettini ufficiali. Non stati censiti tutti i contagiati e nessuno si è posto il dubbio di capire quali fossero e siano i reali numeri: si è proceduto e si procede a caso e questo è la cosa più pericolosa che si possa fare e che mi fa temere il peggio in caso di una nuova ondata. Ma definire le responsabilità di questo mancato monitoraggio in sede legale è alquanto improbabile da realizzare."

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