Raddoppiato il numero dei ricoveri in terapia intensiva: "Ecco le regioni a rischio"

"Non è la risacca della prima ondata, è la seconda ondata", dice Alessandro Vergallo, presidente degli anestesisti rianimatori ospedalieri, che invita a monitorare con la massima attenzione soprattutto "le regioni che non hanno affrontato l'onda pandemica iniziale"

Non dipende dal numero dei tamponi eseguiti e quindi dalla capacità di testing delle regioni ed è forse, secondo gli esperti, il dato che più di tutti può rappresentare un vero campanello d’allarme. Si tratta dei numero dei ricoveri in terapia intensiva. Una cosa è certa: nell' ultimo mese i pazienti più gravi sono raddoppiati in Italia, come in Lombardia. Attualmente in tutto lo Stivale ci sono 5.273 ricoverati per coronavirus, di cui 452 in terapia intensiva. Nella nostra regione, stando al bollettino del 12 ottobre, sono 463 i ricoverati a cui vanno aggiunti i 50 attualmente in terapia intensiva: numeri quasi duplicati in mese. Il bollettino del 12 settembre riportava infatti 251 ricoveri  più 27 pazienti in rianimazione.  

“I numeri delle persone in rianimazione ci dicono una cosa: nel giro di poco più di una settimana siamo passati da 200 a circa 450. Sono di fatto raddoppiati in questo arco di tempo. Il numero è relativamente basso, ma dimostra che non siamo di fronte ad una curva lineare, bensì ad un'iniziale curva esponenziale, questo è il rischio. Il rischio è alto soprattutto nelle regioni che non hanno affrontato l'onda pandemica iniziale". Lo spiega Alessandro Vergallo, presidente nazionale AAROI-EMAC, l'associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani-emergenza area critica, durante un interveno alla trasmissione "L'imprenditore e gli altri" su Cusano Italia Tv.

"Non è la risacca della prima ondata, è la seconda ondata"

"Questa non è la risacca della prima ondata, è una vera e propria seconda ondata - ha proseguito - per questo lanciamo il messaggio di tenere alta l'attenzione. Questa seconda ondata ha un culmine più basso come numeri solo perché si sono poste in atto nel frattempo tutte le misure di contenimento sociale. E' chiaro che con la ripresa c'era da attendersi un rialzo, ma questo non significa abbassare la guardia".

Per quanto riguarda i posti in terapia intensiva, Vergallo ha ricordato che in Italia c'erano 5000 posti in fase pre-pandemica r quelli che sono stati attivati sono stati effettivamente utilizzati nelle regioni più colpite. "Ci risulta siano stati implementati anche nel centro-sud, ma al sud in particolare non abbiamo contezza che ci sia stata un'effettiva implementazione proporzionalmente corrispondente alla densità di popolazione. L'obiettivo del governo era arrivare ad 8700 posti ai quali dovrebbero essere aggiunti circa 4000 di sub-intensiva che all'occorrenza possono essere trasformati, però stiamo parlando di un piano sulla carta che comporterà tempi molto lunghi".

Non solo posti letto: la carenza riguarda anche i professionisti di tali reparti, cioè anestesisti e rianimatori: "Oggi in Italia - spiega Vergallo - abbiamo circa 18mila anestesisti e rianimatori, sono 10 anni che denunciamo la carenza di almeno 4mila unità. A queste carenze finora abbiamo fatto fronte con straordinari anche non pagati, con turni di lavoro massacranti. Hanno cominciato anche a piovere su di noi denunce penali e il governo aveva promesso che ci avrebbe protetto. C'è quel movimento di opinione, che dovendo cercare un colpevole a tutti i costi associato al negazionismo, ascriveva alle cure intensive la colpa di un esito infausto della malattia, a questo si sono associati avvocati anche di grido che hanno capitanato delle cause. Alla nostra associazione arrivano - conclude - telefonate di colleghi che sono convocati nottetempo nei posti di polizia per rendere dichiarazioni, che poi finiscono nel nulla, ma che stressano ulteriormente persone già provate per il lavoro massacrante che stanno svolgendo".

Perché il numero di ricoveri in terapia intensiva è il vero indicatore

l numero di ricoverati in terapia intensiva è il campanello d'allarme più affidabile. Matteo Villa di Ispi suggeriva già lo scorso aprile la creazione di un 'indice di miglioramento regionale' basato sui ricoveri in terapia intensiva: a differenza del numero dei nuovi casi accertati, il dato dei pazienti ricoverati in terapia intensiva non risente infatti del numero di tamponi effettuati o del cambiamento delle strategie di testing regionali.- "i ricoveri in terapia intensiva - scriveva Villa - danno anche un’indicazione della gravità della situazione".

L’assunto implicito qui è che un ricovero in terapia intensiva sia molto meno discrezionale di un ricovero ordinario, e che per questo esso possa fungere da buon indice della gravità dell’infezione nella popolazione regionale".

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Fonte: Today.it

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