"Dopo Codogno, ho subito chiuso tre Rsa: la Regione ha detto di riaprire"

Intervista a Bruno Guarneri, direttore sanitario delle Rsa di Barbariga, Orzivecchi e Orzinuovi. Duro attacco alla Regione: "Alcune Rsa non erano attrezzate per evitare il contagio portato dai parenti. Ats non era d’accordo con questa scelta del Pirellone"

La Rsa di Orzivecchi

"Dopo il primo caso di Codogno, avevo deciso di chiudere tutto. Peccato che, dopo tre giorni, la Regione ha detto che dovevano restare aperti". A parlare è Bruno Guarneri, direttore sanitario delle Rsa di Barbariga, Orzivecchi e Orzinuovi, nonché noto neurofisiopatologo del Civile e docente dell'Università di Brescia.

Quando aveva deciso di chiudere tutto? 

"Alla comparsa dei primi casi a Codogno, cioè lo scorso 22 febbraio. Ci è sembrata una decisione ovvia e scontata, visto che non facevano altro che ripetere che gli anziani erano la categoria più a rischio. Anche l’ordinanza emanata dal sindaco di Orzinuovi prevedeva, tra l’altro, la chiusura della Rsa: i parenti non potevano più accedere, se non per casi eccezionali. Chiuso anche il centro diurno, che era il più rischioso per la diffusione del contagio, visto che gli anziani - una volta svolte le attività - tornano a casa dalle rispettive famiglie. Peccato che, dopo tre giorni, la Regione ci ha obbligato a fare marcia indietro emanando una delibera in cui, appunto, si diceva che le Rsa dovevano restare aperte, così come i centri diurni perché la chiusura avrebbe creato gravi disguidi alle famiglie. Siamo stati costretti a permettere l’ingresso ad almeno un parente per ogni ospite. Si ventilava che, se ci fossimo opposti alla decisione della Regione, ci sarebbe stato tolto l’accreditamento. Ats non era d’accordo con questa scelta del Pirellone, a quanto ho potuto capire, ma anche loro hanno dovuto adeguarsi, dato che le indicazioni arrivavano dai piani alti".

Nel documento ufficiale della Regione Lombardia intitolato "Chiarimenti relativi all’applicazione dell’Ordinanza del Ministero della Salute di intesa con il Presidente di Regione Lombardia del 23 febbraio 2020", si fa esplicitamente riferimento alle case di riposo e ai centri diurni per disabili e all'autorizzazione alle visite: "Le case di riposo/Rsa restano aperte a visite di parenti? Sì, i parenti dei pazienti ricoverati devono attenersi alla regola di accesso alla struttura in numero non superiore ad 1 visitatore per paziente. Anche i Centri Diurni per Disabili rimarranno aperti. Con riferimento alle Unità d’offerta sociali, considerato che tali strutture sono autorizzate e eventualmente convenzionate dai singoli Comuni, si rimanda agli stessi la valutazione in merito".

Le Rsa erano attrezzate per restare aperte ai parenti ed evitare il contagio degli ospiti?

"No, non lo erano, almeno non tutte. Noi ci eravamo già attrezzati in precedenza, dotandoci di mascherine e guanti per il personale medico e infermieristico, ma non per i parenti: se volevano entrare, dovevano prima procurarsi da soli i dispositivi di protezione. Dal 6 marzo abbiamo cominciato a cercare, e comprare di tasca nostra, camici, mascherine ffp2 e ffp3, occhiali, visiere e altri guanti. Siamo stati fortunati perché il nostro presidente ci ha lasciato carta bianca, permettendoci di spendere oltre 15mila euro in dispositivi di protezione individuale. Fino alla scorsa settimana i tamponi ai nostri ospiti non sono mai stati fatti, tranne ad un anziano che era ricoverato in ospedale. Mano mano che si ammalavano cercavamo di isolare i casi sospetti. Abbiamo separato i sintomatici dagli asintomatici: in buona sostanza, abbiamo creato un reparto infettivi all’interno delle nostre strutture per contenere il contagio. Abbiamo potuto farlo perché possiamo contare su degli operatori fantastici: i nostri medici e infermieri non si sono mai tirati indietro, nonostante il rischio hanno continuato a prendersi cura degli ospiti".  

Quando sono arrivati i primi tamponi per il personale medico?

"Solo a partire dal 17 marzo il personale è stato sottoposto ai tamponi. Ma non tutti gli operatori: i test sono stati effettuati solo a coloro che presentavano sintomi riconducibili al Coronavirus. Ma se si parte dal presupposto che anche gli asintomatici sono contagiosi, i tamponi andavano fatti a tutti. Ora tutto il nostro personale è negativo al Covid-19. Tra gli ospiti registriamo due casi a bassa intensità all’interno della casa di riposo di Orzinuovi, uno a Orzivecchi e uno a Barbariga. Nono sono in condizioni critiche e aspettiamo che i loro tamponi, effettuati una quindicina di giorni fa, diventino negativi. Ma oggi ho nuovamente chiesto che tutti gli ospiti, anche quelli asintomatici, vengano sottoposti al tampone". 

Nella delibera dell'8 marzo si chiede di ospitare malati Covid nelle Rsa, sono arrivati anche nelle sue strutture?

"Assolutamente no, io mi sono rifiutato. Ma abbiamo dato la piena disponibilità ad accogliere pazienti non-Covid dimessi dagli ospedali e che non possono ancora rientrare a casa". 

È a conoscenza di Rsa bresciane che hanno ospitato malati Covid? Fontana ha detto che sono 15 in tutta la Lombardia, il numero è credibile?  

"Sinceramente non lo so. È stato poi specificato che la richiesta di ospitare i pazienti Covid a bassa intensità era rivolta alle Rsa che avessero a disposizione locali isolati dal resto della struttura dove vivono gli ospiti. Io mi sono sempre opposto, ma mi sono preso l’onore e l’onere di accogliere i pazienti non-Covid in dimissione o ex-Covid che hanno il doppio tampone negativo".

Fontana ha dato la colpa a Ats, mentre Sileo - direttore generale di Ats Brescia - dice che ha stato gestito tutto la centrale regionale: riesce a fare un po' di chiarezza? 

"Io non do la colpa a nessuno. L’epidemia ci ha trovato tutti impreparati: nessuno sapeva cosa fare, a cominciare da Roma. Quanto ai diverbi degli ultimi giorni, in considerazione della mia personale esperienza posso dire che Ats, essendo costituita da medici, ha risposto alle nostre richieste. Lo ha fatto come poteva, dato che era condizionata dalle sfere più alte. Mi disgusta questo accanimento contro le Rsa: fin dall’inizio sapevano che queste strutture ospitano persone fragili, spesso con altre patologie, ed era inevitabile che fossero le più colpite. Sono convinto che tutte le case di riposo hanno fatto il massimo, con i mezzi che avevano a disposizione, per tutelare gli ospiti: gli operatori che vivono queste realtà sanno cosa fare e si dedicano con il cuore agli anziani. Di fatto in questa emergenza sono state abbandonate le famiglie - e le Rsa sono delle grandi famiglie - e il territorio. Le colpe sono un po’ di tutti: il piano pandemico nazionale non era affatto pronto. Lo avevamo fato meglio noi, tant’è vero che avevamo già a disposizione un minimo di scorta di mascherine chirurgiche e guanti". 

Quanti anziani sono morti nelle sue strutture dall'inizio della pandemia? 

"C’è stato il caso clamoroso di Barbariga, dove nel mese di marzo sono morti 12 ospiti, a cui se ne sono poi aggiunti altri 2. Nella Rsa di Orzivecchi si sono registrati 4 decessi e tutti per cause naturali, difficilmente riconducibili al Coronavirus. Mentre ad Orzinuovi sono deceduti 24 anziani dei 111 ospitati: 8 in più rispetto all’anno passato".  

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