Coronavirus, la previsione dell’esperto: quanto durerà ancora l’epidemia

Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto farmacologico 'Mario Negri’: "Starà tra noi per uno o due anni, poi si fermerà"

Se lo chiedono in molti, in ogni angolo del mondo, e da mesi. Per quanto ancora dovremo convivere con l’epidemia di Coronavirus? E in tanti, virologi e infettivologi, hanno provato a dare una risposta. Ma le previsioni non sono facili da fare e spesso, quelle più ottimistiche, sono state smentite dai fatti.

L’ultima ipotesi avanzata è quella di Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto farmacologico 'Mario Negri' di Bergamo. In un’intervista alla rivista Panorama l’esperto ha fatto sapere:  "Al pronto soccorso non arrivano più malati in crisi respiratoria come sette settimane fa. Qualcosa sta cambiando. Le epidemie si esauriscono, lo farà anche Covid-19, anche se non in tempi brevi. Questa è stata una pandemia che ha unito la gravità della Sars alla contagiosità dell'influenza. Continuerà a stare con noi per uno/due anni. Finché, a furia di circolare, si fermerà".

Due le ipotesi, secondo Remuzzi: ” La prima è che è diminuita la sua carica virale, per effetto anche del lockdown: se stiamo a distanza, ci laviamo le mani e indossiamo la mascherina è evidente che ci arrivano meno particelle virali. All'ospedale di Brescia il virologo Arnaldo Caruso ha visto che gli ultimi tamponi mostravano una quantità di Rna virale molto più bassa di quella di cinque settimane prima. E nell'unico tampone dove la carica era invece elevata, il virus faticava a uccidere le cellule: dopo circa sei giorni ne moriva qualcuna, mentre prima tutte le cellule esposte a una carica virale comparabile morivano in 48 ore".

Poi affronta un tema delicato, ovvero il perché il Veneto sia riuscito ad arginare l'epidemia molto meglio che la vicina Lombardia. "Il Veneto, che ha fatto più tamponi, ha giocato la carta vincente? Direi che è una narrazione inesatta. Il Veneto ha fatto bene, ma sono stati anche fortunati. Un calcolo effettuato dall'epidemiologo Cesare Cislaghi, che si chiama 'replicazione diagnostica', dimostra come all'inizio, il 3 marzo, ci fossero molti più contagi nell'area lombarda, ma dopo una primissima fase la Lombardia è riuscita a ottenere un calo più rapido dell'epidemia rispetto al Veneto: dopo circa un mese il suo valore di replicazione era 2,3, in Veneto era 3, nonostante quello lombardo fosse un focolaio molto ampio. Come vede, lamateria è complessa".

"Non amo i discorsi con il senno di poi. Diciamo che la Lombardia ha scontato un peccato originale, e antico: ha costruito una sanità centrata sul mercato, mettendo in competizione pubblico e privato. Peccato che nel campo della salute il mercato non funziona, noi dobbiamo ridurre il fatturato non aumentarlo, puntare più sulla prevenzione, mentre il privato, che è comunque supportato per il 90 per cento da soldi pubblici, il fatturato deve aumentarlo". "E poi, forse, alcune zone lombarde si sarebbero potute chiudere prima"

Remuzzi spiega poi come sia impossibile fare i tamponi molecolari a 60 milioni di italiani: "Non abbiamo i mezzi, le risorse e i reagenti. Inoltre un esito negativo oggi non esclude il contagio domani. Hanno senso su categorie ben selezionate: agli operatori sanitari di ospedali e Rsa, a tutti i lavoratori a contatto con il pubblico, alle rete di relazioni intorno ai casi positivi".

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Fonte: Today.it
 

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