"Ospedali contaminati e al collasso": il grido d’aiuto dei medici in prima linea

Da Bergamo agli Stati Uniti la testimonianza di un gruppo di medici dell’ospedale Giovanni XXIII di Bergamo: strutture al collasso e misure di contenimento inadeguate

Per i medici il Coronavirus è come “l’ebola dei ricchi”: non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. E più la società è “medicalizzata” e “centralizzata” e più il virus si diffonde: nei fatti è “una catastrofe”, e quello che sta succedendo in Lombardia “potrebbe succedere dappertutto”. Per questo serve un coordinamento internazionale, e un piano a lungo termine per quando l’epidemia ritornerà.

Si conclude così la lunga testimonianza (che è come un piccolo studio) pubblicata dal The New England Journal of Medicine, firmata dai medici bergamaschi (o comunque operativi a Bergamo) Mirco Nacoti, Andrea Ciocca, Angelo Giupponi, Pietro Brambillasca, Federico Lussana, Michele Pisano, Giuseppe Goisis, Daniele Bonacina, Francesco Fazzi e Richard Naspro. Sono tutti “medici esausti”, che riflettono su come prepararsi per “la prossima ondata”.

Ci sarà una seconda ondata, forse ancora più forte come già per l’influenza spagnola esattamente un secolo fa? Gli autori del testo lavorano tutti all’ospedale Giovanni XXIII, nella provincia che è ancora oggi “l’epicentro dell’epidemia italiana, con più casi di Milano o di qualsiasi altro posto nel Paese”. Nel cuore della Lombardia, “una delle più ricche e densamente popolate regioni d’Europa, ora la più colpita dal virus”. 

"Ospedale altamente contaminato"

Ma che succede in ospedale? “Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già vicini al punto di non ritorno: 300 posti letto su 900 sono occupati da pazienti Covid, e il 70% dei posti di terapia intensiva sono riservati ai pazienti Covid in gravi condizioni ma che hanno una speranza di sopravvivere. La situazione è così grave che dobbiamo lavorare ben al di sotto degli standard a cui siamo abitanti. Spesso i pazienti più anziani non vengono rianimati, e muoiono da soli senza cure palliative, e la famiglia è avvisata solo con un una telefonata”.

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Che fare quando l'epidemia ritornerà?

Al di fuori del grande ospedale, “la situazione è ancora peggio”: gli ospedali di provincia sono “sovraffollati”, mancano attrezzature mediche, ventilatori, ossigeno, protezioni per il personale. Pazienti e operatori sanitari “sono abbandonati a se stessi”. La quarantena nazionale prosegue ormai da due settimane, ma non basta: “Abbiamo bisogno di misure più dure per contrastare l’epidemia, e di un piano a lungo termine per la prossima ondata – concludono i medici dell’ospedale di Bergamo – Il lockdown è l’unica soluzione: il distanziamento sociale in Cina ha ridotto la diffusione del virus del 60%. Ma l’epidemia rischia di riprendersi quando verranno ridotte le misure restrittive per far ripartire l’economia”. Un incubo senza fine.
 

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