Coronavirus

Non c'è bene comune in un mondo di consumatori: ci meritiamo 1.000 lockdown

L'editoriale

Il centro di Milano nella giornata di domenica 6 dicembre (foto Ansa)

Lo sconforto è tanto, vedendo le immagini delle folle accorse a fare acquisti nelle grandi città. Greggi di consumatori, che, una volte aperte le gabbie, si sono riversati come animali affamati in cerca dell'ennesima inutilità. Oltre 66mila italiani morti da inizio pandemia, medici e infermieri stremati, tutto inutile: nel consumismo di massa non si può chiedere responsabilità, perché la più alta aspirazione di un cittadino non è la tutela del bene comune, tra cui c'è la salute collettiva, ma solo e soltanto l'acquisto della merce (e che sia la più luccicante possibile). Godiamoci dunque queste scariche momentanee di endorfina date dal sogno effimero del possesso, ma poi non lamentiamoci se il governo deve vestire i panni del padre-padrone e poi chiudere tutto. Ci meritiamo 10, 100, 1.000 lockdown, e sì che ci era stato chiesto di non ammassarci, non di rinchiuderci nei bunker.

I periodi estremi, quelli che fanno la storia, hanno almeno il pregio di far intravedere bagliori di verità nel caos indistinto dello spettacolo dei mass media. Lo è stato col Capitale, il grande rimosso di questo tempo: pensiamo a Confindustria Lombardia, che a marzo chiedeva di non chiudere Bergamo quando si moriva come foglie ai primi geli d'autunno. O, ultimo in ordine di tempo, al presidente di Confindustria Macerata: "Bisogna uscire da questa situazione, pazienza se qualcuno morirà", ha dichiarato. Il profitto non fa prigionieri: il cittadino dapprima trattato con cortesia premurosa, improvvisamente si è ritrovato vestito di un disprezzo spietato. Che gli sia tolto il diritto di non ammalarsi, di non morire, non quello di consumare finito il turno di lavoro. 
Dall'altro lato, poi, c'è appunto questo cittadino sempre più spaventato e disorientato. Allevato nella falsa coscienza di lavoro-consumo fin dalla prima pubblicità, scopre di non concepire altro orizzonte oltre a quello del possesso, quasi sempre sotto le forme di un edonismo esasperato. Ma allora non ci può essere condivisione, responsabilità collettiva, c'è solo egoismo: non c'è nemmeno spazio per una società nel suo senso più profondo. Consumiamo e ammaliamoci, dunque: e che lockdown sia.

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