Neonata positiva al Covid, il primo viaggio della sua vita è in ambulanza

Il racconto di un volontario del 118 che ha accompagnato a casa la piccola Aurora e la mamma

Cristian e Carlo, volontari della Croce Bianca di Montichiari

Le mani coperte dai guanti hanno cinto e protetto la testolina per tutto il tragitto. L'ansia e il timore che qualcosa andasse storto durante il viaggio, il primo della vita di Aurora (nome di fantasia), a bordo di un'ambulanza della Croce Bianca della sezione di Montichiari. Cristian Capistrano, 26enne volontario soccorritore, ci racconta l'escalation di emozioni (e di timori) vissuti nella missione più complicata e toccante dell'emergenza Coronavirus.

È il 28 marzo, l'epidemia ha raggiunto il picco: al giovane volontario del 118 e al collega Carlo vengono affidate una giovane mamma e la sua secondogenita, nata solo sei giorni prima all'ospedale Civile di Brescia. Entrambe positive al Coronavirus, ma in buone condizioni, sono pronte per tornare a casa, insieme. Il loro rientro, nel paese del Mantovano dove vivono, non è certo potuto avvenire come di consueto. Il rischio contagio rende impossibile al padre della piccola vivere gli indimenticabili momenti dell'uscita dall'ospedale. È Cristian a sollevare la piccola Aurora dalla culla per adagiarla non nell'ovetto, ma su una barella. E non dimenticherà mai quegli istanti.

"Completamente bardato sono entrato nella stanza dove c'erano la mamma e la neonata - ricorda il 26enne di Montichiari -. Temevo che la bimba si spaventasse e si mettesse a piangere, vedendo me e il mio collega: non solo eravamo due estranei, ma eravamo completamente coperti, poteva solo vedere i nostri occhi. Era la prima volta che mi occupavo del trasporto di una neonata: era così piccola e delicata, temevo di sbagliare qualcosa nel sollevarla e posizionata nella barella. Avevo paura a toccarla, per fortuna è andato tutto bene e sia lei che la sua mamma sono rimaste tranquille e si sono fidate di noi."

Un ritorno a casa durato un'ora e mezza: "Dopo aver assicurato per bene la barella, siamo partiti verso il Mantovano. Per sicurezza ho tenuto la testa della piccola tra le mie mani per tutto il tragitto che è durato tantissimo. Il collega che era al volante non ha mai superato i 40 chilometri orari: temevano che il minimo scossone potesse nuocere alla neonata. La nostra responsabile ci chiamava in continuazione per sapere se andava tutto bene e ci è stata vicina, ma l'ansia era davvero tanta."

La tensione si è sciolta solo dopo aver affidato la neonata al suo papà. "Grazie a Dio mi avete portato a casa la mia famiglia" ha esclamato l'uomo mentre Cristian si allontanava per smaltire l'adrenalina: "Non ero lucido in quel momento, avevo accumulato talmente tante emozioni che ho dovuto mettermi in disparte per qualche minuto".

E Aurora non è l'unica persona che Cristian ha assistito nel rientro a casa dopo il ricovero per Covid. I trasferimenti negli ultimi mesi sono stati centinaia, e i turni quasi interminabili. Oltre alla testolina della piccola Aurora, le mani del 26enne hanno stretto quelle di diversi anziani - soli, frastornati, terrorizzati - trasferiti da una struttura ospedaliera all'altra.  "Ricordo una signora che dovevamo trasportare dalla Poliambulanza a una Rsa del Bresciano: aveva paura di morire e per tutto il viaggio mi ha tenuto stretta la mano. Mi accarezzava il volto mentre io la rassicuravo".

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Ricordi di una battaglia vissuta tra le ambulanze e le corsie degli ospedali, e che ora pare volgere al termine, ma che non devono finire nel dimenticatoio. Per rispetto delle migliaia di vittime, ma anche di coloro che per mesi hanno sfidato la paura del contagio regalando sorrisi e carezze a chi, in totale solitudine, lottava contro il virus. Non vogliono essere chiamati eroi, ma Cristian e Carlo per due ore sono stati gli angeli in tuta bianca della piccola Aurora e della sua mamma. 

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