Lombardia, il Covid-19 c'era già il 26 gennaio: la task force individua il Giorno Zero

E' probabile che quel giorno nella nostra regione ci fossero già i primi casi di Covid-19 in tutta la Lombardia

Ospedale di Gavardo - foto di Maurizio Poinelli

Già a gennaio in tutta la Lombardia c’erano 543 casi di positività a Coronavirus, prima ancora della convenzionale deflagrazione dell’epidemia, fissata al 19 febbraio a Codogno. L’ennesima conferma di quanto sospettato da sindaci, medici di base e virologi - e già messo nero su bianco da 16 ricercatori di università, Ats e aziende sanitarie che a marzo hanno pubblicato la prima caratterizzazione epidemiologica della diffusione dell’epidemia lombarda - arriva da un'analisi di una task-force sanitaria della Regione Lombardia. 

La ricerca mira a ricostruire come e quando il Covid-19 è approdato nella nostra regione. La data è quella del 26 gennaio: secondo i grafici dell'analisi della task force della Regione Lombardia, è "altamente probabile che fosse una sorta di 'Giorno 0'”. È possibile che solo a Milano ci fossero già i primi 46 casi di Covid-19 (su 543 in tutta la Lombardia). I sintomi, allora, vennero scambiati per la coda dell'influenza e la malattia si diffondeva senza essere intercettata.

L'analisi della task force è contenuta in un grafico che analizza la "distribuzione della curva di inizio dei sintomi per i casi positivi". I tamponi per la ricerca del coronavirus iniziano a registrare casi "positivi" dal 21 febbraio, quando in Italia si realizza che l'epidemia è arrivata. Se si guarda dunque al progressivo aumento dei contagiati, la curva comincia a salire appunto dal 21 febbraio e s'impenna fino ai 74.348 infettati in Lombardia al 28 aprile.

L'ipotesi: Coronavirus dalla Germania

Alcune settimane fa si era ipotizzata una sequenza di contagio. A spiegarla era stato Walter Pasini, epidemiologo e direttore del Centro di Travel Medicine and Global Health. "È molto probabile che l’infezione sia arrivata in Italia attraverso i tre voli settimanali da e per Wuhan prima che le nostre autorità bloccassero i voli dalla Cina o che il virus possa essere portato in Italia, e in altri paesi del mondo, dalla miriade di voli che hanno collegato l’epicentro della pandemia (il focolaio di Wuhan) con migliaia di altre città. L’aeroporto di Wuhan aveva infatti contatti con le principali città cinesi e del mondo. Va ricordato ancora che le autorità cinesi hanno messo il cordone sanitario a Wuhan dopo aver lasciato uscire 5 milioni di abitanti".

"Tutti i paesi del mondo, Italia inclusa - secondo l'esperto - hanno dimostrato impreparazione di fronte a un’evenienza, l’arrivo dell’epidemia nel proprio paese, che avrebbe dovuto considerarsi inevitabile. Era evidente che attraverso i viaggi internazionali, l’enorme flusso di voli intercontinentali, il virus sarebbe arrivato in Italia e nel resto del mondo. Così settimane preziose sono lasciate passare senza acquisire dispositivi di protezione individuale, addestrare personale e mettere in atto il sistema di sorveglianza epidemiologica".

Ma "come è arrivato il virus in Italia? Si è ipotizzato che il virus sia entrato in Italia dalla Germania attraverso un uomo d’affari di 33 anni che aveva accusato mal di gola, brividi e mialgie il 24 gennaio, 2020. L’uomo, secondo la ricostruzione del contagio, descritta da Camilla Rothe sul 'New England Journal of Medicine' del 5 marzo 2020 avrebbe poi sviluppato febbre e tosse. Prima dell’inizio dei sintomi, egli aveva partecipato il 20 e 21 gennaio a una riunione con una partner cinese, appartenente alla stessa compagnia, residente a Shanghai".

Spiega ancora Pasini: "La donna durante il suo soggiorno a Monaco non aveva avuto alcun sintomo della malattia che invece aveva manifestato durante il viaggio di ritorno in Cina dove sarebbe poi risultata positiva al test il 26 gennaio successivo. Il giorno 27 avrebbe informato della cosa la compagnia e tra il 28 e il 29, il giovane manager tedesco e tre altri impiegati della compagnia sono risultati positivi al Covid-19. Di questi tre pazienti, solo il paziente 2 aveva avuti contatti con la manager cinese. Gli altri due col loro collega. Il cluster descritto da Rothe conferma l’importanza degli asintomatici nel trasmettere la malattia, ma non vuol dimostrare assolutamente che quell’evento sia stato all’origine del contagio in Italia o, posto che abbia innescato una catena di trasmissione in Italia, sia stato il primo a farlo. Altri cluster sono stati descritti anche in Francia e in altre nazioni. Altre catene di trasmissione non hanno avuto verosimilmente alcun autore che le descrivesse".

"Va detto ancora che la segnalazione all'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dell’elevato numero di polmoniti a Wuhan è stato fatta dalla Cina con grave ritardo, solo il 31 dicembre 2019, quando l’epidemia era già estesa e non è improbabile che il contagio sia arrivato quindi in Italia addirittura in dicembre attraverso i tre voli settimanali da e per Wuhan o attraverso viaggiatori che abbiamo avuto contatti con cittadini di Wuhan. Forse il sistema di sorveglianza epidemiologica italiano avrebbe potuto approfondire i casi di polmonite segnalati negli ospedali della Lombardia in quel periodo".

Fonte: Milanotoday.it

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