"Non lamentatevi per la Pasquetta a casa, vi racconto come si vive in un reparto Covid"

"Giada da 4 giorni è stata estubata e oggi mi ha chiesto di farle lo shampoo e pettinarle i capelli, poi di aiutarla a chiamare sua figlia". Il rapporto che si crea coi pazienti, il dolore, le paure e l'umanità del personale sanitario: la lettera di una giovane infermiera che lavora in un reparto Covid

Foto d'archivio

F.G. è un'infermiera al Policlinico di Milano, ha 28 anni e da un mese lavora in un reparto Covid. E' stata accolta in casa a Milano da una delle sei principali aziende italiane di gestione di appartamenti per affitti a breve termine che hanno promosso l'iniziativa #StateACasaNostra: un modo per aprire le porte della solidarietà al personale sanitario che in questo momento sta combattendo in prima linea contro il nuovo coronavirus.

Questa la lettera che l'infermiera ha inviato a Today.it.

"Racconto questa storia per far capire cosa stiamo vivendo noi chiusi in trincea e cosa stanno vivendo i nostri pazienti", dice. Una testimonianza forte e toccante, preziosa. Un documento in cui la giovane infermiera racconta quello che vive ogni giorno nel reparto Covid del Policlinico di Milano a cui è stata assegnata, del rapporto che si crea con i pazienti, del dolore, dello stress, della paura ma anche della grande professionalità e umanità con cui il nostro personale sanitario sta tenendo testa a questa pandemia."

“Oggi mi sono accorta che è ormai un mese che lavoro in un reparto Covid. Da quando è iniziata questa pandemia sto ricevendo tantissime chiamate, messaggi di incoraggiamento, di ringraziamento e tanti di preoccupazione... Perché si, fuori ci sono tante persone preoccupate e impaurite, e allora mi scrivono per sapere qual è la realtà e se ciò che vedono in tv è davvero reale, o forse mi scrivono perché vorrebbero sentirsi dire che è tutta una finzione, che sono tutte montature e che i media stanno esagerando... Io invito tutti ad essere prudenti, perché il Covid non risparmia nessuno”.

"Giada mi ha chiesto di farle lo shampoo e pettinarle i capelli"

Non ha risparmiato neanche Giada, 55 anni più o meno come mia madre, milanese con tre figli della mia età. Anche Giada, come la maggior parte di questi pazienti, non sa come ha contratto il virus; lo chiama “il mostriciattolo” e all’inizio io non riuscivo nemmeno a capire quello che cercava di dirmi per via della sua voce rauca: faceva tanta fatica perché ha avuto un tubo in gola per ben 20 giorni ed era collegata ad un ventilatore. Da 4 giorni è stata estubata e oggi mi ha chiesto di farle lo shampoo e pettinarle i capelli: ma io non ho tempo, e poi fuori sta arrivando un altro ricovero urgente dal pronto soccorso; lei ha gli occhi lucidi mentre me lo chiede e allora capisco che è importante e le prometto che il giorno dopo glielo avrei fatto!”.

“Il giorno dopo rinuncio alla mia pausa, perché durante il turno ci alterniamo facendo delle pause di circa 30 minuti: è difficile rimanere per tante ore con tutta quella roba addosso, impieghiamo almeno 15 minuti a mettere tutto e 15 a toglierli, quindi la pausa corrisponde solo a svestirsi, bere, andare in bagno e rientrare. Indossiamo una cuffia per i capelli, una tuta dalla testa ai piedi (con un cappuccio), una mascherina strettissima, ben aderente al viso e una visiera, tutto con sotto la nostra divisa e si suda tantissimo e ogni volta ti sembra di non riuscire a respirare, come se ti mancasse l’aria, ma non puoi far nulla. Quindi fare la pausa anche di soli 5 minuti è davvero vitale per noi, ma quel giorno ho deciso di fare un piccolo sacrificio”.

“Ho aiutato Giada a mettersi seduta, perché dopo tanti giorni che è rimasta intubata immobile, ora non riesce a muovere bene gli arti, e quindi non riesce più neanche a mettersi seduta a letto e così inizio a lavarle i capelli. Quando entro nella sua stanza lei mi riconosce subito e ricorda anche il mio nome “ti riconosco anche solo dagli occhi, hai degli occhi bellissimi, come Bamby”, mi dice sempre. Ha i capelli pieni di nodi (pensate a cosa significhi non lavare e pettinare i capelli per ben 25 giorni), ci ho messo molto tempo a pettinarglieli ma quel tempo ci è servito molto. Lei ha avuto il coraggio di chiedermi che giorno fosse e in quale ospedale si trovasse, non sapeva ancora nulla di tutto ciò che stava accadendo fuori e mi ha confessato che non lo aveva mai chiesto perché se ne vergognava, ed io non ho avuto il coraggio di dirglielo, le ho solo detto la data e che la primavera inizia a farsi sentire”.

"Con le lacrime agli occhi mi ha chiesto di aiutarla a chiamare sua figlia"

Alla fine mi sono resa conto che il tempo è volato ed io ho altri 5 pazienti da controllare, dovevo uscire, ma Giada mi ha accarezzato la visiera e con le lacrime agli occhi mi ha chiesto di aiutarla a chiamare sua figlia, vuole sapere come sta e vorrebbe anche salutare il suo nipotino. Così prendo il tablet ed il numero della figlia e la chiamiamo. Quella chiamata è stata davvero toccante, Giada con tutta la sua paura, il suo disorientamento e i suoi dubbi è stata la persona più forte in quel momento, ha trasmesso tanta forza alla figlia e a me, le ha detto che sarebbe tornata presto a casa e nonostante lei stesse male continuava a chiederle di parenti e amici. E la figlia le rispondeva tra una lacrima e un sorriso, e le continuava a ripetere quanto le volesse bene e quanto le mancasse. Ed io sono rimasta lì tutto il tempo a tenerle il tablet e a cercare di tradurre le parole di Giada, perché lei non riesce a reggerlo da sola, ed io ho pianto, tanto, senza la possibilità di asciugarmi le lacrime perché non posso toccarmi gli occhi, ed ho solo immaginato cosa potesse significare per una figlia non vedere la mamma che sta male per ben 25 giorni, non sentire la sua voce e fidarsi solo della voce di sconosciuti che due volte a settimana ti chiamano e cercano di darti delle notizie più o meno sufficienti”.

Mentre stavo ancora piangendo, abbiamo dovuto interrompere quella videochiamata perché fuori da quella stanza c’era un’urgenza, un paziente doveva essere intubato ed io dovevo andare; “non ho neanche il tempo di piangere” ho pensato, e così con le lacrime sotto quella visiera che mi offuscavano ancora di più la vista, sono uscita ed ho dovuto dimenticare per quell’attimo Giada, per concentrarmi su Marco, il ragazzo da intubare”.

“Racconto questa storia per far capire cosa stiamo vivendo noi chiusi in trincea e cosa stanno vivendo i nostri pazienti. È come essere in una grande bolla, dove non esiste il mondo esterno, dove si combatte ogni secondo, dove tutti ci stanno chiedendo tantissimo: dobbiamo stare attenti a non infettarci, attenti a come ci svestiamo, dobbiamo saper gestire un’urgenza dopo l’altra, ma allo stesso tempo dobbiamo trovare il tempo per chiacchierare con i nostri pazienti, dobbiamo ascoltare le loro paure e tranquillizzarli, ci ritroviamo sempre più spesso a gestire crisi d’ansia o attacchi di panico che non fanno altro che peggiorare la loro situazione respiratoria. Siamo tutti sotto stress. E poi non dimentichiamoci che fuori anche noi abbiamo, o forse dovremmo avere una vita, siamo preoccupati per le nostre famiglie, per i nostri cari, abbiamo tanta paura, paura di ammalarci. E non dimentichiamo che viviamo da soli e io non finirò mai di ringraziare Italianway e il proprietario della casa in cui mi sono trasferita dal 16 marzo per questa preziosa possibilità; sì, quando non siamo a lavoro, siamo a casa da soli, perché siamo considerati “untori” e quindi siamo “un rischio” di contagio”.

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

"E fuori c’è ancora gente che si dispera per questa quarantena..."

La lettera-documento dell'infermiera si conclude così: “E fuori c’è ancora gente che si dispera per questa quarantena, perché il loro più grande problema è non poter festeggiare la Pasquetta, non poter andare al parco o in palestra, perché è costretta a prendere il sole in terrazzo, perché non può uscire a fare gli aperitivi con gli amici, perché c’è troppa fila all’Esselunga... Ed è a tutta questa gente che vorrei raccontare la storia di Giada e ciò che noi ogni giorno viviamo e vorrei far capire che in questo momento chi può stare in casa con i propri cari deve solo esser felice”.
 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Coronavirus: primo bambino positivo in una scuola bresciana, classe in isolamento

  • Masturbava ragazzini al parco, in cambio gli comprava scarpe e spinelli

  • Incidente in A4 tra Desenzano e Brescia: chilometri di code

  • Precipita per oltre 8 metri: muore sotto gli occhi dei nipotini di 6 e 8 anni

  • Apre nuovo supermercato: maxi-store da 3.800 mq aperto tutti i giorni

  • Tragedia sui cieli della Lombardia: aereo precipita e prende fuoco, due morti

Torna su
Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...
BresciaToday è in caricamento