Mercoledì, 22 Settembre 2021
Coronavirus

Coronavirus: l'indice di contagio torna a crescere in Lombardia, focolai ancora attivi in Italia

I dati raccolti dal ministero della Salute e dall'Iss sugli indicatori per la cosiddetta Fase 2 relativi alla settimana tra il 25 e il 31 maggio. In Lombardia l'indice di trasmissibilità (Rt) è tronato a salire, pur restando inferiore a 1.

I dati raccolti dal ministero della Salute e dall'Istituto superiore di Sanità non sono allarmanti, ma invitano comunque alla prudenza e alla cautela. Anche secondo questo report il Coronavirus circola ancora in Italia, soprattutto in alcune regioni (Lombardia in primis) e ci son quindi dei focolai ancora attivi in tutto il Paese.

Per fortuna in nessuna regione l'indice di trasmissibilità Rt -  descrive il tasso di contagiosità dopo l'applicazione delle misure atte a contenere il diffondersi della malattia - risulta superiore a 1. Ed è proprio sulla base di tale indicatore che erano state valutate la riaperture, anche quelle dei confini regionali. Per questa ragione resta un dato da tenere monitorato: per schivare nuove restrizioni e chiusure, il valore non deve essere superiore a uno. In  poche parole per interrompere la circolazione del Coronavirus ci deve essere meno di un contagiato per ogni singola persona positiva.

In Lombardia l'indice di contagiosità è tornato a crescere nelle 4 settimane trascorse dall'inizio della Fase 2, passando da un valore di 0,51 registrato nel periodo 11-17 maggio, a 0,75 (18 al 24 maggio), fino ad arrivare a 0,91 negli ultimi giorni del mese scorso, secondo quanto si legge nel report settimanale curato dall' Istituto superiore di sanità (Iss) e dal ministero della Salute (Qui tutti i dati). Insieme alla Lombardia, che nella settimana presa in considerazione (25-31 maggio) ha un'incidenza di 15,4 casi per 100mila abitanti (per avere un'idea però del miglioramento registrato basti pensare che l'incidenza cumulativa di questa regione considerato tutto il periodo epidemico supera 886 per 100mila abitanti), si trovano nella parte alta della forbice (con un Rt più vicino di altre alla soglia di 1) le Marche e le province autonome di Trento e Bolzano, tutte con un Rt pari a 0,86, seguite da Puglia (0,78), Abruzzo e Friuli Venezia Giulia (entrambe a 0,76), Lazio (0,75), Toscana (0,72).

Nella fascia medio-bassa regioni come Umbria (0,65) e Veneto (0,61), Molise (0,59), Campania, Emilia Romagna e Piemonte con un valore di Rt pari a 0,58, Sicilia a 0,55. Seguono la Liguria con un Rt pari a 0,48, la Calabria con 0,37 e la Sardegna ferma a 0,14, tra i valori più bassi registrati nella Penisola.

Nessuna situazione critica in Italia, anche se a fine maggio ci sono ancora focolai attivi in varie aree del Paese. Ancora cautela, dunque: l'epidemia non è affatto conclusa. E' questo in sintesi il risultato del monitoraggio. L'indice Rt, poi non è il solo per valutare l'andamento dell'epidemia: come ripetuto più volte dagli esperti, non è una pagella ed è molto dinamico, sensibile a oscillazioni provocate anche da singoli eventi, e va letto in combinazione con altri dati, per esempio la numerosità dei casi. Un 'faro' si era acceso per alcune regioni nelle scorse settimane. 

"Per quanto riguarda la stima dell'Rt, si sottolinea che quando il numero di casi è molto piccolo possono verificarsi temporanee oscillazioni" - si legge nel report -  con valori superiori a 1, "a causa di piccoli focolai locali, senza che questo rappresenti necessariamente un elemento preoccupante", puntualizzano gli esperti. Complessivamente, si evidenzia nel report, "il quadro generale della trasmissione e dell'impatto dell'infezione da Sars-CoV-2 in Italia è favorevole con una generale diminuzione nel numero di casi ed un'assenza di segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali".

Gli esperti segnalano però che "persiste, in alcune realtà regionali, un numero di nuovi casi segnalati ogni settimana elevato seppur in diminuzione. Questo deve invitare alla cautela in quanto denota che in alcune parti del Paese la circolazione di Sars-Cov-2 è ancora rilevante". In quasi tutta la Penisola, inoltre, "sono documentati focolai di trasmissione attivi. Tale riscontro, che in gran parte è dovuto all'intensa attività di screening e indagine dei casi con identificazione e monitoraggio dei contatti stretti, evidenzia tuttavia come l'epidemia in Italia di Covid-19 non sia conclusa".

Per questo gli esperti invitano comunque sempre alla cautela e segnalano come sia "necessario mantenere elevata la resilienza dei servizi territoriali per continuare a favorire la consapevolezza e la compliance della popolazione, realizzare la ricerca attiva e l'accertamento diagnostico di potenziali casi, l'isolamento dei casi confermati, la quarantena dei loro contatti stretti. Queste azioni sono fondamentali per controllare la trasmissione ed eventualmente identificare rapidamente e fronteggiare recrudescenze epidemiche".

Dal punto di vista del monitoraggio, il report rileva "un forte miglioramento della qualità e dettaglio dei dati inviati dalle Regioni al ministero della Salute e all'Iss e discussi nella cabina di regia". Sulla base dell'andamento dei dati di Covid-19 in Italia, la conclusione degli autori del rapporto di monitoraggio è che "le misure di lockdown in Italia hanno effettivamente permesso un controllo dell'infezione da Sars-Cov-2 sul territorio nazionale pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle 21 regioni e province autonome".

La situazione fotografata dal report, "relativa prevalentemente alla prima fase di transizione, è complessivamente positiva". Permangono segnali di trasmissione con focolai nuovi segnalati che descrivono una situazione epidemiologicamente fluida in molte regioni italiane. "Questo - concludono l'Iss e il ministero della Salute - richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l'igiene individuale e il distanziamento fisico".

Verosimilmente molti dei casi di Covid-19 notificati in questa settimana in Italia "hanno contratto l'infezione 2-3 settimane prima", e quindi "durante la prima fase di riapertura, tra il 4 e il 18 maggio 2020", viene fatto notare ancora nel report. Gli esperti collegano molti casi positivi di questi giorni alla prima fase di riapertura considerati "i tempi tra esposizione al patogeno e lo sviluppo di sintomi e tra questi e la diagnosi e successiva notifica".

Fonte: Today.it
 

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