Paolo ha sconfitto il Coronavirus: "È stata durissima, sbriciolate le mie certezze"

La toccante testimonianza di Paolo Sala, affidata a Facebook. Dopo 19 giorni passati al reparto Infettivi del Civile è tornato a casa.

Sotto i tubicini dell’ossigeno spunta un sorriso. Spontaneo e pieno di gioia. Quello che segue ogni vittoria. Perchè Paolo Sala la sua battaglia contro il Covid-19 l’ha vinta: dopo 19 giorni trascorsi nel reparto Infettivi del Civile di Brescia può tornare a casa.    

“Oggi esco!". Comincia così il lungo messaggio postato su Facebook lo scorso 29 marzo e diventato virale in pochissime ore tanto da totalizzare quasi 5000 commenti e 3000 condivisioni. 

19 giorni fa, a Brescia, il "Corona" ha fatto irruzione nella mia vita. Non pensavo avrebbe scelto me.
 Me così grande e grosso. Così tutto sommato sano. Eppure lo ha fatto. Mi ha preso di soppiatto, senza farsi annunciare. Come una banale influenza. Prima due linee di febbre, poi sei, poi otto, poi un grado, un grado e mezzo, la tosse, la dispnea, la fame d'aria che di nuovo si rompeva in tosse. Fino a che la mia dottoressa di base mi ha "costretto" ad andare agli Spedali Civili. La dottoressa Guerini mi ci avrebbe portato a forza, se fosse stato necessario. A lei per prima devo la mia vita.

E poi la trafila, la stessa di migliaia di bresciani. Il tampone, le lastre per diagnosticare la polmonite e gli esami del sangue. Dopo una notte trascorsa al Pronto Soccorso ancora stentava a credere di poter aver contratto il Coronavirus. Finché il mattino successivo è arrivato l’esito .

"Signor Sala, abbiamo i risultati del suo tampone..." Ho sfoderato il mio miglior sorriso, totalmente stordito dalla febbre e dalla fame d'aria: "è negativo!", ho detto io."No,  è positivo, ma stia tranquillo, ora la ricoveriamo agli Infettivi, andrà tutto bene”. Io non credevo avrebbe scelto me, ma lo aveva fatto, sbriciolando in un momento tutte le mie certezze, il mio coraggio, la mia razionalità, di cui sempre tanto mi vanto. È stata dura risalire la china. Fisicamente, emotivamente durissima.

Ma Paolo, così come gli altri degenti, non era solo 


È stato potente vedere un manipolo di donne e uomini, dottori e dottoresse, infermiere ed infermieri, inservienti, tutti tesi ad un unico scopo: tirarci fuori di lí, da quel buco dove il 'Corona' ci aveva infilato. Ho condiviso questo viaggio con altri come me: occhi persi nella paura, nell'incredulità. E per ognuno di noi, loro c'erano. Nel casino più totale, nell'organizzazione, che diventava disorganizzazione, che tornava organizzazione, che incespicava e si riprendeva, come un esercito che avanza e retrocede, nel buio. Ma sempre determinati a non mollare.

Non ha mai visto i volti dei medici e degli infermieri che si sono presi cura di lui, ma sa che gli hanno salvato la vita.

Anche a loro debbo la mia vita. Si, anche a tutti e tutte loro. Facce che non ho mai visto, coperte da maschere, guanti, occhiali, camici usa e getta, cuffie e calzari. Ma vedevo i loro occhi, ci sorridevano sempre. E noi, i Covid19, a quegli occhi ci siamo aggrappati, con tutte le nostre forze.

L’ossigeno, la ‘fame ‘d’aria, sono ora un ricordo vivido e indelebile. Di certo non dei migliori, ma di quelli in grado di cambiare la prospettiva con cui si affronta la quotidianità. 

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Mi guardo indietro e penso a chi, come me, è stato salvato. E penso a chi invece non ha avuto questa fortuna, a chi è rimasto a metà di questa strada, incagliato nella morte. Penso a chi ancora soffrirà, a chi spererà, a chi si dovrà, suo malgrado arrendere. E penso che ognuno di noi dovrà farsi carico di tutto questo, perché il "Corona" potrà vincere sulle nostre singole vite, ma non sulle nostre coscienze.  Noi, tutti, insieme, lo batteremo. E non lasceremo nessuno indietro. Perché questo ho capito: noi, soli, non siamo niente; ma uniti niente ci può fermare.

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