Tamponi, ospedali e incertezze: Coronavirus, tutti gli errori della Lombardia

Uno studio da Harvard analizza la risposta italiana al Coronavirus: dagli ospedali ai tamponi, tutto quello che c’è da imparare sui nostri errori

Fin da subito è stato troppo tardi, in Europa e negli Stati Uniti, per contenere il virus ai suoi esordi: le misure successive potevano solo ridurre il diffondersi della pandemia. Il motivo? I “policymakers” europei e americani “hanno ripetuto gli stessi errori fatti in Italia, dove la pandemia è diventata un disastro: l’obiettivo di questo articolo è quello di aiutare (americani ed europei) ad imparare dagli errori dell’Italia”. Nota bene: non è una critica fine a se stessa, seppure approfondita. Ma un tentativo di riorganizzare una risposta più efficace in caso l’emergenza dovesse ripresentarsi, in Italia o in altri Paesi dove oggi il contagio sembra un miraggio lontano. Certo sembra facile dirlo ora, “ve l’avevamo detto”. Forse tutti, ma proprio tutti, abbiamo peccato di supponenza. Ci saremmo dovuti incollare al televisore o al tablet, e guardare (davvero) quello che stava succedendo in Cina, a Taiwan, a Singapore. Solo così avremmo capito.

Comincia (anche) così il lungo documento pubblicato dalla Harvard Business Review, a firma di Gary Pisano, Raffaella Sadun e Michele Zanini: il testo mette a confronto, in particolare, i due differenti approcci di quelle che inizialmente erano le regioni epicentro dell’epidemia, dunque Lombardia e Veneto. Criticando, di fatto, il metodo lombardo rispetto a quello veneto, quest'ultimo fatto di tamponi a tappeto, isolamenti domiciliari e supporto clinico anche a distanza. Non solo: i tre studiosi (due professori e un manager universitario) stilano anche il vademecum delle quattro lezioni da imparare, dopo quanto successo.

La più grande crisi dal dopoguerra

“In una manciata di settimane – si legge ancora nel testo – l’Italia è passata dall’aver scoperto il primo caso ufficiale di Covid-19 a un decreto governativo che ha proibito i movimenti di tutta la popolazione, chiudendo anche tutte le attività non essenziali. In questo breve lasso di tempo, il Paese è stato travolto da uno tsunami senza precedenti, accompagnato da un’incessante serie di morti. Per l’Italia, senza dubbio, è la più grande crisi dalla Seconda guerra mondiale”.

“Alcuni aspetti di questa crisi – continuano gli studiosi di Harvard – possono essere attribuiti alla semplice sfortuna, bad luck. Ma altri aspetti sono invece emblematici delle profonde difficoltà che i leader politici in Italia hanno trovato nel riconoscere la magnitudo del Covid-19, nell’organizzare una risposta sistematica al contagio e nell’imparare dai primi successi e, ancora importante, dai primi errori”.

Quattro lezioni da imparare

Sono quattro le lezioni da imparare sull’epidemia di Coronavirus in Italia. La prima è quella di non sottovalutarlo, mai: come invece è stato fatto fino alla seconda settimana di marzo, quando andavano di moda gli hastagh #nonsiferma (con riferimenti a città ed economia) mentre l’Istituto superiore di Sanità già suggeriva ulteriori zone rosse nelle province di Bergamo e Brescia. 

La seconda lezione: approcci e misure parziali non servono. Quindi sarebbe stato meglio chiudere tutto, e subito. Come già fatto a Wuhan, nell’Hubei cinese e in Corea del Sud. Altro problema: approcci diversi per territori diversi. “Perché la sanità italiana – si legge ancora nello studio – è altamente decentralizzata, e regioni diverse hanno provato politiche differenti: l’esempio più lampante riguarda il contrasto tra gli approcci presi da Lombardia e Veneto, due regioni vicine con profili socioeconomici simili”.
In particolare, come anticipato qualche riga fa, il Veneto ha esteso i tamponi anche ai casi asintomatici, tracciando i potenziali positivi: “Se qualcuno risultava positivo – scrivono da Harvard – tutti i familiari e i contatti venivano sottoposti al test, e perfino i vicini di casa. E se invece i test non erano disponibili, tutti in quarantena preventiva”. Questo mentre in Lombardia, fino a metà marzo, ogni giorno erano in movimento ancora 500mila pendolari, con 150mila aziende aperte.

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La questione degli ospedali

Infine la questione degli ospedali. “E’ emerso che all’avvio della pandemia in Italia, il 25 febbraio – scrivono Pisano, Sadun e Zanini – il contagio in un’area specifica della Lombardia sarebbe stato accelerato da un ospedale locale, dove un paziente Covid-19 non sarebbe stato correttamente diagnosticato e isolato. Secondo quanto riportato dai media, il premier ha riferito che questo tipo di incidente è stata una negligenza del singolo ospedale. Ma un mese più tardi è diventato chiaro che l’episodio porta con sé un significato ben diverso: che gli ospedali organizzati in modo tradizionale non sono attrezzati per la tipologia di assistenza necessaria durante una pandemia”. Il riferimento è anche alla carenza degli ormai celebri Dpi, i dispositivi di protezione individuale (come le mascherine).
 

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