Coronavirus, Del Bono: "Contagi e decessi sono molti di più di quelli comunicati"

Nel corso di un'intervista rilasciata a Radio 24, il sindaco di Brescia ribadisce la grave situazione di città e provincia.

Emilio Del Bono

Non è solo una sensazione popolare. Anche il sindaco di Brescia Emilio Del Bono ritiene che i dati diffusi delle autorità sanitarie non siamo veritieri, nel senso che non fotografano l'intero panorama del contagio.  

"Noi non sappiamo esattamente quanti sono i reali positivi - ha detto Del Bono nel corso dell'intervista rilasciata a Radio 24 - I tamponi vengono seguiti solo alle persone ricoverate o per casi conclamati. Ma ci sono tante persone malate che sono a casa, hanno sintomi chiari, ma il tampone a loro non viene eseguito. Così come non c'è stata una verifica delle condizioni dei positività nelle case di riposo dove c'è stata una mortalità diffusa, ma non sempre sono stati fatti i tamponi. I numeri dei contagi e dei decessi sono molto superiori rispetto a quelli registrati dai bollettini".

Una questione cruciale, quella dei tamponi, così come quella relativa alla costituzione delle cosiddette 'zone rosse'. 

"Non si è riusciti ad isolare tempestivamente le fonti del contagio. Dai noi il virus è salito dal Bassa Bresciana ed è arrivato fino alla Valle Camonica. Si potevano costruire molteplici zone rosse per confinare i territori con dati anomali. La scelta di un provvedimento unico nazionale, per noi sindaci delle città capoluogo lombarde non è stata adeguata: si devono fare disposizioni diverse a seconda dei luoghi. La situazione di Brescia non è quella di Palermo"

Queste le richieste del primo cittadino per far fronte a un'emergenza che sembra senza fine.

"Prima di tutto serve personale medico e infermieristico. La condizione dei medici ospedalieri è spaventosa: ci sono medici che non fanno pause da ormai tre settimane: lavorano 12 ore al giorno, tutti i giorni. Hanno bisogno di riposare. Dovrebbero arrivare in queste ore i primi 20-25 medici, dopo che Roma ha comunicato a Regione Lombardia l'arrivo dei primi 50 medici".

Non solo, come più volte sottolineato da medici e infermieri mancano i dispositivi di protezione individuale: 

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"La Lombardia è un gigante dai piedi d'argilla: non si riescono a produrre abbastanza guanti, mascherine e indumenti per il personale medico. L'industriosa Lombardia non è stata in grado di riconvertire le proprie aziende per produrre ciò che serviva nell'emergenza. Abbiamo bisogno di dispositivi di protezione individuale non solo per il personale ospedaliero, ma anche per tutti coloro che lavorano a contato con il pubblico. E poi vanno effettuati più tamponi: al personale sanitario, a chi è in sorveglianza sanitaria obbligatoria, nelle Rsa, e anche alle persone che sono state a stretto contatto con chi è poi risultato positivo al virus."

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