Strage nella Rsa: "Nessun dipendente contagiato, il virus portato dai parenti"

Nella casa di riposo Fabeni Spazzini di Castelcovati, il virus si è diffuso e il 29% degli ospiti è spirato in questi mesi. La causa, secondo il direttore sanitario, è stata la riapertura della struttura i parenti voluta dalla Regione e da Ats. Il suo racconto.

Nessun dipendente è risultato positivo al Coronavirus, eppure tra gli ospiti della casa di riposo Fabeni Spazzini di Castelcovati il Covid si è diffuso. Negli ultimi due mesi sono spirati 10 dei 34 anziani totali - nessuno di loro è però mai sottoposto al tampone - e tre dei 24 sopravvissuti sono poi risultati positivi. Come è arrivato e chi l'ha portato il virus? Questa la motivazione che fornisce il direttore sanitario della struttura Ugo Ghilardi: “Mi pare piuttosto evidente che il virus sia stato portato da fuori e, dato che nessuno dei 20 operatori è risultato positivo al tampone, sia arrivato da qualche parente a cui, nonostante io fossi fermamente contrario, è stato consentito di entrare nella Rsa per fare visita agli ospiti. È un dato di fatto."

Facciamo un passo indietro. Il 22 febbraio, Ugo Ghilardi - che dirige anche la Rsa di Pontevico - decide di chiudere le porte di entrambe le strutture. Nessun accesso consentito ai parenti. Ma, ai primi di marzo, arriva la circolare della Regione che consente la riapertura delle Rsa: “Se non l’avessimo fatto avremmo perso l’accreditamento e sarebbe partita la procedura di vigilanza. Non solo: alla fine di febbraio c’era già stata una riunione tra Prefettura, Ats e sindaci per consentire l'apertura delle case di riposo”, spiega il medico.

A Pontevico il direttore sanitario - opponendosi a Regione e Ats - riesce a tenere chiuse le porte della struttura, a Castelcovati subisce diverse pressioni. Viene costretto, a malincuore, a tornare su suoi passi: “Alcuni parenti hanno raggiunto l'Ats di Chiari e il sindaco, per chiedere spiegazioni e hanno addirittura pesantemente minacciato di denunciare la struttura per sequestro di persona. A fronte di queste pressanti richieste non abbiamo potuto far altro che riaprire, nonostante la mia contrarietà e le perplessità che avevo: dovevo far entrare 34 persone di cui non sapevo nulla.”

Il 4 marzo le porte della Rsa si riaprono (fino all’8 marzo, quando è arrivato il lockdown anche per le case di riposo) alle condizioni dettate dalla regione: un parente per volta e un solo familiare per ospite. La struttura si dota, in totale autonomia, anche di un protocollo stringente: “Si accedeva solo con guanti e mascherine ed era stato istituito un registro d’accesso, in modo da potere avere una tracciabilità degli ingressi - racconta Ghilardi -. Ma è innegabile che in quei 4 giorni di apertura il virus sia stato portato all’interno della casa di riposo ed è un dato di fatto che la responsabilità non sia dei dipendenti, dato che sono tutti risultati negativi ai tamponi. Infatti poco dopo sono cominciati i primi casi sospetti. Per fortuna non c’è stata una vera e propria strage: dei 10 anziani deceduti solo 4 avevano sintomi riconducibili al Covid-19. In totale autonomia abbiamo fin da subito isolato i pazienti che avevano febbre e difficoltà respiratorie, creando un reparto apposito con personale esclusivamente dedicato a loro. Numeri certi non ne abbiamo, perché i primi tamponi qui sono stati fatti il 16 aprile. Stando ai risultati solo 3 dei 24 attuali ospiti sono positivi: sono tutti asintomatici e in buone condizioni, per fortuna.”

Ghilardi ha giocato d’anticipo, non solo lottando per fare in modo che la Rsa restasse blindata, ma dotando fin da subito il personale dei dispositivi di protezione: “Sono soddisfatto del lavoro fatto per arginare decessi e contagi. I presidenti di entrambe le Rsa che dirigo hanno accolto immediatamente le mie proposte per acquistare i dispositivi di sicurezza: tute, mascherine, disinfettanti. Ci siamo arrangiati da soli, spendendo cifre davvero ingenti, andando a cercare le tute nelle ferramenta e nei colorifici.”

Quando poi la Regione ha chiesto alle Rsa di ospitare pazienti Covid-19 in dimissione dagli ospedali, la sua risposta è stata del tutto negativa: “A Castelcovati non c’erano le condizioni per poterlo fare, mentre a Pontevico avremmo potuto, ma abbiamo preferito creare nuclei appositi per i nostri ospiti sintomatici. Certo, ospitando pazienti esterni avremmo ricevuto incentivi economici che avrebbero fatto comodo, dato che abbiamo numerosi posti letto vuoti, visti i decessi, per i quali abbiamo perso sia il contributo di accreditamento sia le rette. Nono solo: le liste d’attesa sono state bloccate dalla Regione, quindi non possiamo più prendere nuovi ospiti. Si parla di perdite per decine e decine di migliaia di euro, alle quali vanno aggiunte le cifre esorbitanti spese per dotarci dei Dpi per proteggere ospiti e personale. Siamo arrivati a pagare 7 euro per ciascuna mascherina e la Regione per ora non sembra affatto intenzionata a coprire queste ingenti uscite che abbiamo sostenuto.”

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Proprio ora che il peggio sembra alle spalle un nuovo timore incombe, quello che dal prossimo 4 maggio siano di nuovo consentite le visite ai parenti: “Sarebbe un errore gravissimo perché c’è il rischio di esporre gli anziani a una nuova ondata di contagi. I parenti premono per poter riabbracciare i loro cari, ma io temo per la loro salute. Non ci sono ancora le condizioni per farlo.”
 

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