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Coronavirus, la strage delle case di riposo: 1.130 decessi, morto un ospite su cinque

Morto un ospite su cinque delle case di riposo lombarde: qualcosa non ha funzionato. La denuncia dell’Usb: “Mancavano tamponi e mascherine”

Ci sono tanti casi eclatanti, purtroppo, anche in provincia di Brescia: case di riposo e di cura, Rsa e altro ancora che in queste settimane hanno visto morire tanti, troppi ospiti anziani. Colpa del Coronavirus, sicuramente, che si è insinuato nelle fragilità di persone che spesso avevano patologie pregresse, oltre a un’età molto avanzata. Ma la domanda che in tanti si pongono è ancora la stessa: questa strage, perché di questo si parla, poteva essere evitata?

L’Unione sindacale di base (Usb) ha pubblicato in questi giorni un report sul dramma della Rsa nella crisi da Covid-19: sulla base dei dati forniti dall’Istituto superiore di Sanità, emerge che nel solo periodo dell’epidemia, tra febbraio e marzo, sarebbero morti 1.845 anziani in tutte le case di riposo di tutta Italia. Di questi però, ben oltre il 61% in Lombardia.

La strage dei nonni

Sono 1.130 i decessi nelle strutture lombarde, su  un totale di 5.886 residenti: il tasso di mortalità è del 19,2%, quasi uno su cinque. Segue il Veneto con 266 decessi per 4.300 ospiti, il 6,2%, poi l’Emilia Romagna con 158 decessi per 3.149 ospiti, il 5%, il Piemonte con 31 decessi per 728 ospiti, il 4,3%, infine le Marche con 24 decessi per 236 ospiti (il 10,2%). A livello italiano, come detto, si contano 1.845 decessi su un totale di 19.575 ospiti censiti, con un tasso di mortalità pari al 9,4%.

Niente tamponi e pochi Dpi

Ma quali sono i motivi che avrebbero portato all’impennata di decessi nella sola Lombardia, la patria dell’eccellenza della sanità privata? “E’ avvenuto che le regioni, soprattutto la Lombardia – scrive l’Usb – in difficoltà oggettiva per la mancanza di Dpi e di posti letto in Terapia intensiva, hanno deciso di dirottare le prime risorse disponibili sugli ospedali, trascurando e tralasciando il sistema delle Rsa che hanno ricevuto, ad esempio, i Dpi in ritardo e che oggi ancora faticano a reperirne. Stesso discorso vale per i tamponi che oggi per le Rsa sono di difficile reperimento, e che vengono somministrati, in Lombardia, solo a chi ha manifestato i sintomi: una follia. Questo ha comportato indubbiamente un proliferare di contagi: pochissimi tamponi effettuati agli ospiti ricoverati e ancora meno agli operatori, che in breve sono diventati il vero vettore del virus”.

La delibera dell’8 marzo scorso

Non solo: l’Usb cita anche la delibera della Giunta regionale dell’8 marzo scorso che in questi giorni ha scatenato non poche polemiche. “Tra le altre cose – scrivono dal sindacato – anche le Rsa vengono individuate come strutture di supporto agli ospedali impegnati ad affrontare l’emergenza. Ad esse viene chiesto di accogliere i pazienti dimessi dagli ospedali, per agevolare le operazioni di assistenza e cura al crescente numero di contagiati. […] Una decisione che, alla luce della situazione, non era difficile immaginare avrebbe comportato enormi rischi, che stando ai numeri si sono puntualmente e tragicamente verificati”.  
 

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