Coronavirus, la storia di Andrea: rinato dopo essere finito per due volte in coma

La storia di Andrea Cottali, 41enne di Mompiano: non solo è uno dei più giovani malati di Covid-19 ricoverati al Civile di Brescia, ma per ben due volte ha lottato in un letto del reparto di Terapia Intensiva.

Andrea Cottali

Sonia è con le sua bambina speciale, quando da un numero sconosciuto arriva una videochiamata. Sono le 7 del mattino del 25 marzo. Sul telefonino c’è l’immagine di suo fratello, uno dei più giovani malati di Covid-19 ricoverati in terapia intensiva all’ospedale Civile di Brescia. Sonia non lo vedeva e non lo sentiva da otto giorni, ma i medici la tenevano costantemente informata. Portato in pronto soccorso dal vicino di casa - dopo una settimana di febbre e tosse e di inutili chiamate al numero verde di Regione Lombardia, come al medico di base - Andrea era arrivato al Civile in condizioni già compromesse, tanto che era stato subito ricoverato in Terapia Intensiva. 

Il cuore di Sonia si ferma, mentre gli occhi del fratello si riempiono di lacrime. Andrea Cottali, 41enne immuno depresso, è appena stato estubato dal dottor Filippini e un’infermiera gli ha passato un panno fresco sul viso. Vorrebbe parlare, ma dopo tutti quei giorni in coma farmacologico le parole faticano ad uscire. “Scusa”, dice alla sorella. Riesce a sentire le frasi rassicurati di Sonia e quelle dei medici e degli infermieri. Gli ripetono che il peggio è ormai alle spalle. “Arrivavo dal buio più totale e non riuscivo a capire se quella fosse la realtà o solo un sogno”, spiega il 41enne .

Viene trasferito in pneumologia, ma non ha il tempo di riprendersi, perché dopo pochi giorni ha un’embolia polmonare e torna in Terapia Intensiva. Di nuovo intubato e in coma farmacologico.

“Ho vissuto una vita parallela durante il secondo coma - ricorda Andrea -. Sognavo di essere in ospedale e di parlare con tutti: medici, infermieri e pure con gli oggetti. Ho perfino immaginato che le mie condizioni miglioravano e che venino trasferito nel reparto di immunologia e poi che tornavo a casa. Proprio pochi secondi dopo essermi steso nel mio letto mi sono risvegliato in quello dell’ospedale e ho cominciato a strappare tutto, mi sono perfino estubato da solo. Pensavo che il sogno che stavo facendo prima fosse la realtà e che invece quello che stavo vivendo in quel momento fosse un incubo, dal quale volevo solo svegliarmi. Ero letteralmente in preda al panico: intorno a me c’era una schiera di medici e infermieri, tutti coperti dalle tute blu e della maschere: pensavo fossero degli angeli. Non sapevo più chi ero e perché fossi lì. Mi hanno tranquillizzato e cercato di farmi comprendere la situazione, ma ci sono voluti giorni per capire che quella che stavo vivendo era la realtà. Non riuscivo nemmeno a parlare: mi esprimevo a gesti, le prime parole le ho dette dopo 3 giorni”.

Rinato, per la seconda volta. Dopo qualche giorno trascorso in medicina, il 41enne si è reso conto di quanto fosse stato stato fortunato: “Ho preso il letto di un medico che era spirato poche ore prima - ricorda -.  Nei giorni trascorsi in quella stanza ho visto passare tante barelle con le persone chiuse in alcuni sacchi neri. Non so come abbiano fatto a tenermi in vita,  ma ne sto uscendo a testa alta. Spero di non avere traumi per il resto della mia esistenza. So di avere lottato tanto e forse anche quel sogno fatto durante il coma mi ha aiutato a restare aggrappato alla vita.”

Dopo qualche giorno Andrea è uscito dal Civile e ha cominciato il suo percorso di riabilitazione alla Domus. Un periodo lungo, dato che fino a poco tempo  fa non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto.

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“La prima volta che mi sono visto allo specchio mi sono spaventato: il viso era completamente scavato, le gambe non c’erano praticamente più, tanto che i miei piedi sembravano quelli di un Bigfoot. Non so ancora come finirà, ma spero di tornare a casa: sto recuperando peso e forze, anche se mi stanco molto in fretta. Quello che ho vissuto è difficile da descrivere: a volte mi torna alla mente il secondo risveglio dal coma, quando mi sono strappato maschera e tubi dal volto, e vengo assalito dall’ansia. Ma la volontà non mi manca: ho lottato tanto e continuerò a farlo. È stata un’esperienza terribile, però ho visto tanta gente con il cuore buono che si è presa cura di me: non credevo di trovare così tanta bontà e altruismo.”

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