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Oliviero Beha: «Un calcio malato, una metastasi ormai inarrestabile»

A Padenghe del Garda nuovo appuntamento per il ciclo di incontri Fai la Cosa Giusta, organizzato da VivaValtenesi. Il giornalista e professore Oliviero Beha parla dei mali dell'Italia, dallo sport alla politica

Alessandro Gatta 11 febbraio 2012

Ragionare su cosa è giusto o su cosa non è giusto. A pensare di etica si comincia da qui, e intanto a Padenghe continua con il ciclo di incontri Fai la Cosa Giusta, organizzati dall’associazione VivaValtenesi con la collaborazione dell’Unione dei Comuni del citato territorio e di uno sponsor da non sottovalutare, la BCC del Garda. Nuova location ma sempre di tutto rispetto, per un ospite come Oliviero Beha, giornalista, saggista e chi più ne ha più ne metta, con un breve passato da professore universitario che ricorda sempre con piacere, insegnante di sociologia della comunicazione all’Università La Sapienza. “Un’esperienza straordinaria – ci racconta poco prima del suo intervento – davanti a più di 1200 giovani studenti, giovani matricole. A cui ho provato a insegnare il modo per difendersi dai mezzi d’informazione”.

Perché anche l’informazione, si sa, non sempre rispetta l’etica. Così come lo sport, il calcio e la politica, i protagonisti della lunga serata alla Locanda Santa Giulia di Via Marconi. “Il calcio italiano? Ormai è alla frutta, e questo potrebbe essere il suo ultimo scandalo – continua Beha riferendosi al diffuso virus del calcioscommesse – Stiamo assistendo contemporaneamente sia alla degenerazione dell’ambiente che alla degenerazione della sua struttura, della sua dirigenza. Quello che negli anni ’80 era solo un tumore circoscritto ora è una metastasi diffusa. Tutti sanno tutto, nessuno vuole fare niente”.

Il calcio è malato, su questo non c’è alcun dubbio. “Lo sport, come tanti altri settori, ha da tempo smarrito il rapporto tra etica e prodotto. La passione del tifoso nasce come ricreazione, un modo per evadere dai problemi, per non pensare alle difficoltà quotidiana: un investimento gratuito ma emotivamente importantissimo. Ora invece solo dubbi, facciamo tutti finta di tifare perché in realtà non sappiamo se la nostra squadra ha segnato per merito oppure perché la partita è comprata. E pensare che davanti a questa crisi il calcio sarebbe una grandissima valvola di sfogo, converrebbe a tutti (potenti compresi) che lo sport nazionale fosse ancora presentabile. Invece la distrazione di massa si è rivoltata contro sé stessa”.

Parole scomode per un uomo che in fondo è sempre stato scomodo, fin dagli albori della sua carriera, quando per primo denunciò le combine di un celebre Italia-Camerun del 1982, preludio di quel Mondiale vinto in Spagna di cui pochi anni dopo il camorrista Michele Zazza si prese buona parte del merito. Parole scomode per una stampa che spesso invece sorride al potere, e soprattutto nello sport non può fare a meno di esso. “L’informazione nasce già pilotata, e cresce poi succube di questa dipendenza dal potere, accompagnata da un’incompetenza generalizzata. Di Calciopoli sembra che ci siamo già dimenticati, degli scandali di Italia 90 o dei Mondiali di Nuoto di Roma già non parliamo più. E se qualcuno critica la candidatura romana alle Olimpiadi 2020 proprio per questi motivi viene criticato, e definito un nemico dello sport”.

Ma se il sistema sportivo è inadeguato, sottoposto a una “gestione tremenda e spesso mafiosa” l’Italia non se la passa meglio. Perché “i padroni del calcio sono anche i padroni del Paese” e dunque “se non funziona l’Italia non può funzionare il calcio”. Crisi della società, crisi della politica, ma soprattutto crisi del capitalismo. Un’analisi corretta a cui spesso però manca una soluzione adeguata. Ci si può comunque accontentare, almeno per il momento: “C’è una parte di questo Paese di cui si parla poco, perché non porta lettori e non fa audience. Il terzo settore, il volontariato, l’assistenza solidale. Non hanno rappresentanti, non si sentono rappresentati”.
 

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