Il lavoro, la fabbrica, la lotta: le 'mani di donna' delle operaie di Prevalle

Mani di donna tra rocche, fusi e telai: la storia e i ricordi di una trentina di lavoratrici di Prevalle tra i 52 e i 90 anni, tutte ex operaie dei cotonifici della Valsabbia. Storie di lavoro e di lotta, raccolta in un libro de 'I Giorni'

Mani di donna tra rocche, fusi e telai. Più di mezzo secolo di storia locale raccontato attraverso i ricordi appassionati di 29 lavoratrici di Prevalle, tra i 52 e i 90 anni: donne che hanno lavorato per anni, se non decenni, al lanificio di Gavardo e al cotonificio di Villanuova, i due poli di un’industria tessile oggi completamente dissolta. Storie di vita familiare, di rapporti sociali e lavorativi, storie di lotta e di rivendicazioni. Un lavoro lungo più di due anni raccolto nel libro a cura dell’associazione I Giorni, presentato l’8 marzo scorso negli spazi di Palazzo Morani a Prevalle, in occasione della Festa della Donna.

Chiaro il riferimento alle origini della festa, una ricorrenza da non dimenticare: 130 operaie bruciate vive nella fabbrica Cotton di New York, quando in periodo di scioperi il padrone – pur di non farle uscire per strada – chiuse tutte le porte e tutte le uscite dello stabilimento. Era il 1908, un paio d’anni dopo fu l’Internazionale Socialista, su proposta di Rosa Luxembourg, a sancire la giornata dell’8 marzo. In ‘Mani di donna’ si racconta di Prevalle, di quegli anni ormai lontani.

L’entrata in fabbrica in età adolescenziale, le amicizie e la faticosa routine del lavoro, i progetti e le aspettative, il salario, i trasporti e la mensa: tutto si amalgama in un grandioso affresco di vita sociale, da una prospettiva originale: quella delle donne lavoratrici. Il mondo del lavoro e la fabbrica, luogo di fatica ma anche di sensazioni e ricordi indelebili.

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“Avevo 22 anni, forse troppo vecchia: in genere si veniva assunte a 14 anni e anche meno. Mi dissero: ‘Sei in prova per una settimana’, poi vi sono rimasta per 34 anni”. “Consegnavo tutti i soldi in casa e mi lasciavano 500 lire: eravamo in tanti, non ho mai avuto niente. Mi bastavano le 500 lire per comprarmi le calze. Niente trucchi, allora non si usavano”. “Che dispiacere aver lasciato la fabbrica. Il mio mestiere, le mie amiche, la possibilità di stare un po’ fuori, pur lavorando, piuttosto che rinchiudermi in casa a faticare e ubbidire”. Confidenze ammiccanti, entusiastiche, nostalgiche e anche dolorose. Il lavoro e la vita, nelle “mani di donna”.

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