Nel 2013 Brescia da record nell’export delle armi leggere

L'allarme dell'osservatorio OPAL: nel 2013 da Brescia record di esportazioni delle armi nei Paesi "di guerra e di crisi", in Medio Oriente (+23%) e in Africa (+36%). Armi esportate anche in Siria e Libano

La vera eccellenza dell’export bresciano, che non ha mai conosciuto la crisi? Non è il vino, né tantomeno i casoncelli, o la polenta. Un business in crescita costante, che dal 2011 al 2013 è passato da 262 milioni di euro a oltre 316: il business delle armi e delle munizioni, di cui Brescia è capitale italiana.

L’industria della guerra, in forma ridotta perché si parla prevalentemente di armi leggere. Aziende storiche del territorio, oggi vere multinazionali, e che vantano commesso in ogni parte del pianeta. Davanti a tutti, gli Stati Uniti, che nel 2013 hanno acquistato armi e proiettili per oltre 132 milioni di dollari.

Poi l’Unione Europea, quasi 80 milioni, la Turchia (quasi 24 milioni, ma nel 2012 erano ben 36,5), Paesi come la Russia (oltre 10 milioni, in crescita costante), il Canada (6,3 milioni di euro), il Messico (meno di 6 milioni, nel 2012 erano quasi 10). In perdita da una parte, in crescita dall’altra: soprattutto in Nord Africa, o meglio in Egitto (il giro d’affari è decuplicato in due anni) ma anche in Medio Oriente con l’exploit del Kuwait che passa da poco meno di un milione di euro l’anno e arriva a superare i quattro.

Un vero “record dell’export” per le armi bresciane, e lo confermano i dati annuali redatti dall’OPAL di Brescia, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere. Con crescita a doppia cifra in Medio Oriente (+23% sul 2012) e in tutta l’Africa (addirittura +36%). Dati non pervenuti, ma confermati da fonti estere, sull’esportazioni di armi italiane, e quindi soprattutto bresciane, anche in terre martoriate come la Siria.

“Nonostante le reiterate rimostranze dei produttori bresciani di armi – spiega il presidente di OPAL Piergiulio Biatta – le esportazioni di armi dalla nostra provincia non sembrano affatto in crisi, anzi. Trovano nuovi acquirenti nelle zone dove le tensioni e i conflitti sono più frequenti”. Un’interpretazione a dir poco dialettica: in un mondo dove tutto è merce, anche le armi si vendono dove c’è più domanda.

E quindi dove più ci si spara: zone ad alta tensione, zone di guerra e di confine, Paesi alle prese con crisi interne o economiche. Perfino in Libano, spiega l’analista Giorgio Beretta, “dove è tuttora in vigore l’embargo di armi da parte sia delle Nazioni Unite che dell’Unione Europea”. Un ‘affaire’ purtroppo irrinunciabile: in soldoni, e in meno di dieci anni, l’export delle armi bresciane arriva a sfiorare i 3 miliardi di euro.

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