Telemarket chiude e svende tutto. Si va in Cina: 100 dipendenti a casa

Appena superati i 30 anni di attività la decisione irrevocabile del CDA guidato da Giorgio Corbelli: Telemarket chiude e svende tutti i suoi prodotti. Prossima tappa, la Cina: intanto restano a casa 100 dipendenti

Nella foto l'ormai leggendario Vittorio Sgarbi

L’emergere della Cina visto (anche) da Roncadelle, la storica rete e lo storico marchio bresciano di Telemarket che si prepara a fare valigie e bagagli, a prendere quadri e tappeti da vendere nella terra del grande dragone, un mercato affamato e che del lusso e dei suoi affini sta già facendo incetta, il primo al mondo per le auto di lusso e per le supercar, il primo al mondo per smartphone e tablet. Alla fine di gennaio il primo annuncio, in diretta, al via la liquidazione totale, qua vendiamo tutto, ribassi fino al 70%. Pochi giorni dopo lo scarno comunicato apparso sul sito ufficiale: “Dopo 30 anni il CDA ha deciso di cessare l’attività, è iniziata la liquidazione a prezzo di realizzo”. Con un invito diretto ad appassionati e telespettatori: “Approfittatene!”.

In linea con quanto abbiamo visto dal 1982 ad oggi, dalla tv Elefante che diventa proprio Telemarket per mani dell’allora giovanissimo Giorgio Corbelli, un progetto che cresce anno dopo anno fino a diventare televisione nazionale nel 1987, fino a coprire praticamente i due terzi del territorio italiano all’inizio degli anni ’90. Da Roncadelle a Milano, da Roma a Napoli, gli showroom si aprono e si moltiplicano, Corbelli astro nascente dell’italica imprenditoria che si interessa pure allo sport, la Roma (e il Brescia) del basket ma soprattutto il Napoli del calcio, azionista di maggioranza all’inizio del 2000 fino alla maledetta retrocessione a seguito del ‘buco’ finanziario. Nel mezzo anche Telemarket 2, con sede a Bari, l’acquisto di Semenzato casa d’aste e l’ingresso nell’azionariato di Finarte, tra le maggiori maison italiane poi fallita proprio nel 2012.

Una televisione local-nazionale che ha visto tra i suoi memorabili esponenti gente come Vanna Marchi, agli esordi, Vittorio Sgarbi che un decennio fa curava addirittura una striscia, ‘Sgarbi ministeriali’, conduttori e televenditori che hanno già fatto storia, il romano Francesco Boni o il toscano Alessandro Orlando, tra l’altro ironici idoli di appassionati fan club virtuali e non. “Così non si poteva andare avanti – ha detto il patron Corbelli sulla chiusura – Non si può più lavorare in queste condizioni, con uno Stato di polizia e un Governo che tratta i ricchi come fossero criminali”. Un fatturato in calo e perdite in crescita, dall’exploit del 2005 (circa 90 milioni, il record) al negativo del 2011 (52 milioni le entrate, quasi 6,5 le perdite).

La colpa recente sicuramente la crisi, ma anche e soprattutto “il redditometro del Governo dei tecnici, la botta finale che ha allontanato i due terzi dei nostri clienti”. Questo il problema, “l’aria che si respira in Italia contro chi acquista gioielli e opere d’arte”. Gli stessi che a quanto pare non appena si parla di una super tassazione per barche da decine di metri mollano gli ormeggi e si trasferiscono in Croazia. Telemarket invece va ancora più in là, verso l’estremo Oriente: prima un sommesso annuncio, “abbiamo incontrato dei soci potenziali”, poi qualcosa di più chiaro, “abbiamo degli accordi con un’emittente di Jinan dove potremmo vendere tutto quello che abbiamo in magazzino”.

Una scorta niente male, un tesoretto milionario grazie “alla cessione a Telecom di reti e frequenze (nel 2005, NDR) che ci ha fruttato 115 milioni” e un magazzino davvero pieno, si parla di almeno 100mila pezzi tra quadri e stampe, tappeti e statuette, arazzi e gioielleria. Negli annali la dichiarazione di Vittorio Sgarbi del marzo 2002, quando scoppia lo scandalo dei falsi di Cascella, Schifano e De Chirico, “almeno Corbelli aveva copie di quadri belli, in un mondo in cui si riproduce la merda”.

Intanto se ne staranno a casa almeno un centinaio di lavoratori, nel ciclo degli esuberi cominciato già dal 2008, allora erano addirittura 250. Il loro futuro, quello sì che è incerto: forse la mobilità, forse.

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