Terremoto 20 maggio 2012: la spiegazione dei sismologi

Secondo gli esperti, a provocare i terremoti è stata l'estremità settentrionale dell'Appennino "sepolta" sotto la Pianura Padana

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Nascosta sotto i sedimenti del Po esiste una parte di Appennino più che mai attiva, al punto che nell'arco di 500 anni ha provocato due terremoti violenti: quello di magnitudo 5,9 avvenuto oggi e quello, molto probabilmente altrettanto violento, del 1570, che sulla base delle testimonianze storiche è stato classificato come un sisma dell'ottavo grado della scala Mercalli.

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Le sue tracce sono rimaste nei muri deformati di alcuni edifici del centro storico di Ferrara. A provocare entrambi i terremoti è stata l'estremità settentrionale dell'Appennino, "sepolta" sotto la Pianura Padana. I suoi movimenti saranno seguiti molto da vicino dagli strumenti che l'Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha installato in seguito alla scossa più violenta, avvenuta alle 4,03, ha detto il presidente dell'ente, Stefano Gresta.

"Non è raro che due terremoti di questa intensità avvengano a distanza di 500 anni", ha osservato il sismologo Alessandro Amato. Un altro terremoto importante nel cuore della zona colpita oggi dal terremoto, vicino Finale Emilia, è avvenuto nel 1639. "A generarli è il movimento dell'Appennino, che migra verso Nord-est", ha spiegato ancora Amato.

"E' come se, spingendo il bordo di un tappeto, si creassero delle piccole onde". Se questo movimento generale interessa il tratto di Appennino compreso tra Firenze e Bologna, nella piccola area del ferrarese si aggiunge un sollevamento ulteriore, anche se su una scala di una decina di metri, decisamente inferiore a quella del resto dell'Appennino.

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"E' una piccola catena montuosa che si estende sotto la Pianura Padana", ha osservato il sismologo Gianluca Valensise. Il risultato è quello che i sismologi chiamano "arco di Ferrara" e che nelle ultime ore è stato letteralmente "disegnato" dalla distribuzione delle repliche che si sono succedute dopo la scossa di magnitudo 5,9.

"Le repliche sono state oltre un centinaio, distribuite lungo un arco di una quarantina di chilometri", ha detto la sismologa Concetta Nostro. Un'area così estesa che secondo gli esperti dell'Ingv potrebbe indicare l'attività di più faglie.

In alcuni casi le repliche sono state molto forti, come quella di magnitudo 5,1. "Nelle prossime ore ci aspettiamo una riduzione dell'intensità, ma non si può escludere che possano avvenire altri terremoti importanti, come quello di questa notte", ha detto il sismologo Warner Marzocchi. La speranza è che non si ripeta quanto accadde nel 1570, quando la sequenza sismica durò ben quattro anni.


Il confronto con il terremoto di Parma a Gennaio

Tra il terremoto di magnitudo 5,9 avvenuto oggi nel ferrarese e quelli del gennaio scorso nel reggiano e nella zona di Parma, avvenuti a distanza di pochi giorni e rispettivamente di magnitudo 4,9 e 5,4, c'è un comune "grande motore". Tuttavia ci sono state anche differenze fondamentali.

Il grande motore comune è stato il movimento della placca Adriatica che, spingendo verso Sud si piega sotto l'Appennino. "Possiamo dire che i terremoti di gennaio e quelli di oggi hanno avuto origine dallo stesso motore, ma sono avvenuti in modi diversi", spiega il sismologo Alessandro Amato, dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv).

La prima grande differenza è nella profondità: mentre i terremoti di gennaio sono avvenuti a grande profondità (30 e 60 chilometri), il sisma di oggi è stato molto superficiale, appena 6,3 chilometri.

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Questo significa che gli effetti si sono fatti sentire su un'area notevolmente più estesa, come testimoniano le tantissime segnalazioni arrivate al sito dell'Ingv "hai sentito il terremoto". Una seconda differenza è nel fatto che, oltre al grande motore della placca adriatica, nel terremoto del ferrarese è entrato in gioco un altro motore, più piccolo ma decisamente attivo: il movimento dell'estremità settentrionale dell'Appennino che si spinge sotto la Pianura Padana.

In questo modo genera un movimento di compressione, che si somma a quello più generale dell'Appennino che tende ad avvicinarsi alle Alpi. La zona del ferrarese è considerata dai sismoloogi una delle quattro aree sismologicamente più attive nella Pianura Padana, accanto a quella che si trova a margine dell'Appenino, nel parmense, la zona a ridosso delle Alpi tra Friuli Venezia Giulia e Veneto e, in Lombardia, l'area del cremonese.

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(fonte: Ansa)

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