Imprenditore chiede il porto d'armi, il Consiglio di Stato lo nega

Dopo anni di contenzioso, sembra arrivata la parola "fine", un titolare d'azienda dovrà rinunciare ad avere un'arma

La vicenda parte da lontano, addirittura nel 2008, e nei giorni scorsi sembra essere arrivata alla fine. Il titolare di una grossa azienda di Pian Camuno, in Valle Camonica, ha chiesto per motivi legati alla sicurezza personale di poter avere il porto d'rami. Dopo 10 anni di iter, il Consiglio di Stato ha detto definitivamente di no. 

Nel 2008, a causa di una serie di furti avvenuti in aziende del territorio, tra le quali la sua, l'imprenditore decise di chiedere il porto d'armi per potersi difendere - in caso di bisogno - con una pistola. Il Prefetto rigettò la richiesta, ritenendo ingiustificati i motivi dell'imprenditore che, per nulla scoraggiato, si rivolse al Tar. Quattro anni dopo, nel 2012, il Tribunale Amministrativo si espresse a favore dell'uomo, ma il Ministero dell'Interno si mise di traverso, chiedendo l'intervento del Consiglio di Stato. 

Dopo altri 6 anni, nei giorni scorsi è arrivato il pronunciamento: ad eccezione delle forze dell'ordine, non c'è alcuna categoria professionale per la quale il rischio professionale giustifica a priori la concessione del porto d'armi, che non rappresenta un "diritto assoluto ma invece un'eccezione al normale divieto di portare pistole". L'imprenditore dovrà pagare le spese di giudizio, pari a 1.500 euro. 

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