Venezuela: la speranza tra minatori, prostitute 12enni e bambini banditi

Tre anni in Venezuela, da volontario: la storia piena di tristezza ma piena di speranza del bresciano Paolo Romagnosi, rientrato in Italia lo scorso dicembre. Una storia di vita, raccontata in un libro: "Nella polvere rossa. Racconti da Ciudad Dorada"

“Quattro anni sono tanti, e sono pure pochi. Ma in quelle terre ho visto una luce nuova, ho visto la gente che mi trascinava. Verso quella luce, verso quella speranza, per il futuro del mondo”. Questo è Nella polvere rossa. Racconti da Ciudad Dorada, primo libro di Paolo Romagnosi, volontario del Servizio Volontario Internazionale di Brescia rientrato in Italia nel dicembre del 2011 ma che, come ci anticipa poco prima della presentazione ufficiale, difficilmente ci resterà. Perché il volontariato ti cambia, ti cambia dentro.

Alla Trattoria Portieri di Via Trento, tra le luci soffuse della sala, Paolo Romagnosi racconta a Brescia la sua esperienza di vita in Venezuela. Raccolta in un piccolo libro di 88 pagine, edito da GAM editrice, in compagnia di Massimo Tedeschi (caporedattore Corriere Brescia), Mario Rubagotti (presidente SVI) e l’attore Elvio Basotti, protagonista oggi di tre letture appassionate, che di certo gli ricordano la sua passata esperienza venezuelana.

Ciudad Dorada è un piccolo villaggio, una piccola città, tra minatori e cercatori d’oro, puttane a 12 anni e ragazzini che crescono con le armi in tasca, donne giovani dal futuro torbido, ragazzi giovani che di futuro proprio non ne hanno. “Paolo parla come scrive – racconta Mario Rubagotti – e nel suo libro c’è proprio questo, senza grandi proclami. Un’esperienza vissuta giorno dopo giorno, tra le difficoltà della vita quotidiana”.

“Leggere questo testo? Un’emozione unica – aveva anticipato poco prima Massimo Tedeschi – che ci può avvicinare a quella parola, VOLONTARIATO, che spesso ci suona così lontana. Una scelta di campo, stare dalla parte della gente povera e semplice, una scelta ideologica, una scelta di vita”. E così, mentre Basotti legge e racconta la storia di Adriano, un cuoco che a causa di un infarto rinuncia ai cibi grassi (ma non alle sigarette), o la storia di un piccolo sicario che a 17 anni è già un killer esperto, e di fronte alla morte spesso sorride.

“Sono convinto di aver scritto quello che ho sentito, quello che ho provato – aggiunge l’autore – Io ho vissuto gioia, empatia, speranza. Ho conosciuto un valore antropologico così forte, la povertà, che non può che essere condiviso. Ho visto quella luce che da noi non c’è più, ho visto che un mondo migliore è possibile”. Con parole buone anche per Hugo Chavez, che nonostante tutto qualcosa ha cambiato, ha dato dignità a gente che non l’ha mai avuta in vita sua.

E quando quei posti noi li guardiamo da lontano, senza pensarci, siamo tutti complici di un sistema maledetto, di cui l’Occidente ne è primo carnefice. “La responsabilità dei problemi che attanagliano il mondo è soprattutto nostra, le distanze ormai si sono azzerate. Forse è tempo di cambiarlo questo mondo, cominciando da qui”.
 

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