Omicidio Raccagni: condanne dai 10 ai 13 anni per la banda albanese

Si è concluso giovedì 26 novembre il processo con rito abbreviato ai  4 albanesi responsabili della rapina in villa degenerata in omicidio. Per la moglie del macellaio, ucciso da una bottigliata in testa, le condanne non sono adeguate

Federica Raccagni

BRESCIA. Con la sentenza di condanna alla banda di albanesi - composta da Vitor Lleshi, Erion Luli, Pjeter Lleshi e Ergren Cullahj -  si è in parte chiusa la vicenda processuale, ma non certo quella mediatica.  Il giudice Paolo Mainardi ha condannato a 12 anni di reclusione chi ha scagliato la bottigliata che ha ucciso Pietro Raccagni (morto in ospedale dopo 11 giorni di agonia), a 10 anni e altrettanti mesi chi ha fatto il palo, mentre gli altri due componenti dovranno scontare 13 anni di carcere.

Pene giudicate eccessivamnte leggere dalla vedova del macellaio di Pontoglio: Federica Raccagni. Non è una novità. La donna, da noi intervistata in più occasioni, aveva già espresso tutta la sua rabbia, il suo sdegno e le sue perplessità circa il capo d’imputazione - la banda è stata processata per omicidio preterintenzionale, mentre Federica avrebbe voluto fosse giudicata per omicidio volontario - e  ha fatto sapere che continuerà a battersi per l’abolizione dell’omicidio preterintenzionale nei casi di furti e rapine.

Ripensando, ancora una volta, a quella terribile notte del luglio 2014 in cui ha perso il compagno di una vita, Federica ha però cambiato idea sull'opportunità di possedere armi: “Io sono contro l’uso delle armi, tant’è che non ho mai pensato, nemmeno dopo quello che è accaduto alla mia famiglia, di comprare una pistola”, ci aveva detto durante un’intervista in cui le avevamo chiesto di commentare il caso del pensionato di Vaprio d’Adda.  Ai cronisti che hanno raccolto il suo sfogo all'uscita del tribunale, avrebbe invece detto che, quella maledetta sera, sarebbe stato meglio avere in casa una pistola per potersi difendere.

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